Peste Suina Africana: questo mezzo disastro era stato previsto e probabilmente lo si poteva evitare.

La PSA è un argomento di stretta attualità. Vi proponiamo oggi un ulteriore articolo del dr.Alberto Laddomada, l’esperto che collabora con noi su questo sito.

dr. Alberto Laddomada, ex dirigente della Commissione Europea (Legislazione sulla Sanità Animale) ed ex direttore generale dell’IZS della Sardegna

Tutti gli operatori del settore suinicolo, tutti i veterinari pubblici e molti di quelli privati sono stati in questi ultimi mesi molto occupati o almeno preoccupati per via della evoluzione della PSA nel Nord-ovest italiano nel corso del 2024. Le informazioni pubbliche da parte delle autorità che forniscano un quadro complessivo ed aggiornato della situazione arrivano sempre con ritardo, ma ecco una breve ricostruzione di quanto sta succedendo:

  • 16 focolai confermati a tutt’oggi nei suini domestici in Piemonte, Lombardia ed Emilia-Romagna nelle ultime 4 settimane, con circa 60 mila suini abbattuti o in via di abbattimento;
  • enorme impatto anche psicologico sugli allevatori i cui allevamenti (ed alcuni di essi erano perfino costituiti da riproduttori di alta genealogia) sono stati sottoposti a completo depopolamento dei suini presenti (ahinoi, era necessario!);
  • un’ampissima area geografica della Pianura Padana, che va dalla provincia di Vercelli fino a quella di Piacenza, passando per Novara, Milano, Pavia, Lodi, arrivando ai confini con Cremona, è ora sottoposta alle pesantissime restrizioni previste per le zone III;
  • problemi crescenti per allevatori, macellatori, trasformatori delle carni suine in tutto il nord Italia;
  • sempre più ampia è la zona sottoposta a restrizioni di tipo II, a causa della  massiccia circolazione virale tra i cinghiali la scorsa primavera, culminata con la diffusione del virus in Emilia-Romagna prima e Toscana poi;
  • grande incertezza per tutti, di fronte ad una situazione che, a detta delle autorità centrali e regionali continua a peggiorare.

Non è mai bello sottolineare di avere fatto come Cassandra, che possedeva il dono della profezia ma anche la disgrazia di non essere mai creduta, ma è proprio così: nell’articolo del dicembre scorso, con largo anticipo e notevole precisione, era stata prevista la situazione difficilissima che si è poi puntualmente verificata nel nordovest italiano nel 2024, inclusa l’attuale epidemia estiva nei domestici.

All’articolo del dicembre scorso ne avevano fatto seguito altri (si veda anche l’elenco alla fine di questo articolo), che avevano fornito ulteriori informazioni su cosa si stava profilando. E queste previsioni non erano certo state fatte per capacità profetiche, ma sulla base dell’analisi dei pochi dati epidemiologici pubblicamente disponibili, in particolare quelli sul forte peggioramento dell’andamento della PSA nei cinghiali nell’autunno scorso, e sulle conoscenze relative ai picchi stagionali di questa malattia. Ma anche sulla base di una valutazione della risposta, del tutto inadeguata, messa in atto dalle autorità, coordinate dal Commissario Caputo, dimessosi recentemente proprio quando la bomba ad orologeria stava esplodendo.

La situazione è tuttora in evoluzione e se non si è di fronte ad un vero e proprio disastro ci manca poco. Ora, finalmente, dopo che per anni la comunicazione pubblica è stata costantemente improntata alla minimizzazione del problema, si dice pubblicamente che la situazione è molto seria, e si invitano gli allevatori alla massima allerta e ad assicurare l’applicazione delle regole sulla biosicurezza, evidentemente non molto rispettate.

Considerata la prevedibilità del picco estivo di malattia nei domestici, la comunicazione avrebbe dovrebbe anzitutto focalizzarsi sulla necessità che gli allevatori rafforzassero la biosicurezza, soprattutto con l’avvicinarsi dell’estate; invece, basta leggere i titoli sui giornali e sul web degli ultimi mesi, un’enfasi crescente è stata data in questi ultimi mesi alla necessità dell’abbattimento “generico” dei cinghiali, misura addirittura sollecitata con manifestazioni di piazza.

Un cambio di toni nella comunicazione, se non addirittura della narrazione che fin qui si è fatta del problema PSA, minimizzandolo o identificando obiettivi sbagliati, è diventato indispensabile. Il messaggio principale che è stato inviato finora riguardava la necessità di abbattimento dei cinghiali, anche se il depopolamento “generico” dei cinghiali può in realtà aggravare la situazione, come dimostrato nei numerosi altri paesi europei (ad esempio in Polonia, per non parlare della Russia) dove questo tipo di approccio non ha mai portato alla soluzione del problema. Ma quest’ultimo, incontrovertibile dato di fatto non è mai stato comunicato agli allevatori; anzi, è stato fatto credere a moltissimi che abbattere i cinghiali, sempre e comunque, sarebbe stata la politica vincente.

In linea di principio, il rischio legato agli abbattimenti “generici” è quello di indurre la movimentazione dei cinghiali infetti verso la zona non infetta. Per cui, non si dovrebbe abbattere in zona II (ovvero laddove il virus della Peste Suina Africana sta circolando attivamente nei cinghiali), ma bensì eventualmente in zona I (la zona tampone tra le aree in cui la PSA è presente e quella dove non è presente), o addirittura ancora più in là, per creare una “fascia-taglia fuoco” attorno alle zone in cui il virus circola tra i cinghiali, aiutandosi eventualmente con recinzioni o barriere poste strategicamente vicino a strade o autostrade per ostacolare gli spostamenti dei cinghiali dalla zona infetta. Può sembrare un controsenso, ma focalizzare gli abbattimenti dove il virus circola attivamente comporta più rischi che benefici.

Questo è solo un esempio: prima di stabilire le misure più efficaci per controllare la PSA, in particolare nei cinghiali, è indispensabile conoscere la situazione epidemiologica molto più nel dettaglio, per capire le dinamiche della malattia. Ma fino ad ora la sorveglianza nei cinghiali è stata scarsa o addirittura quasi assente; e se mancano dati epidemiologici solidi è molto difficile, per non dire impossibile, adottare misure che abbiano buone probabilità di successo.

Purtroppo, c’è ancora qualcuno che continua ad invocare l’intervento dell’esercito come soluzione di tutti i problemi. È bene sottolineare che il contributo dell’esercito non è controindicato, ma va utilizzato con raziocinio e non pensando che l’esercito sia un deus ex machina.

Considerata la ampissima area in cui il virus circola nei cinghiali, che ricade su cinque regioni del nord ovest, ora è tutto molto più complicato, uscirne fuori è e sarà un grosso problema e richiederà molti anni. E nel frattempo bisognerà, volenti o meno, imparare a convivere con il virus, minimizzando i danni. E prepararsi adeguatamente ad una guerra di lunga durata. Ma questo è stato finora sottaciuto, si è lasciato credere che il problema potesse essere risolto in pochi mesi. Cercare facili capri espiatori sarà del tutto inutile e controproducente. Ci sarà la volontà di comportarsi responsabilmente da parte di tutti, a cominciare dalle massime autorità?

Ma ora la priorità è diventata fronteggiare l’ondata dei focolai nei suini domestici. E ci si sta rendendo conto – in proposito recentemente il neo Commissario Filippini è stato molto chiaro – che molto spesso la biosicurezza negli allevamenti è carente, molto carente. A quasi tre anni dalla conferma della malattia nel nord Italia, nonostante l’esperienza maturata in altri paesi europei e l’importanza che la legislazione europea e nazionale attribuisce alla biosicurezza, la situazione sembra essere, anche in Pianura Padana, tutt’altro che soddisfacente.

L’idea che basti implementare le misure di biosicurezza non sembra pienamente convincente. Dobbiamo capire il perchè del picco dei focolai estivi che si stanno osservando anche quest’anno nel nord Italia nei suini domestici: lo scorso anno si erano verificati dei focolai ad agosto e settembre, quest’anno sono cominciati a fine luglio e prevedibilmente termineranno entro poche settimane, salvo ulteriori complicazioni. D’estate il virus è meno resistente nell’ambiente e questo dovrebbe rendere meno probabili i contagi indiretti, come ad esempio quelli causati dal personale che entra in un allevamento senza l’adozione di adeguate misure igienico-sanitarie, con abiti o scarpe contaminati. Qual è il fattore che sta contribuendo a questi focolai estivi?

Un altro dato che fa dubitare che la sola carenza di biosicurezza sia all’origine dei recenti focolai è la loro comparsa pressoché simultanea in località molto distanti tra loro: a partire dal 27 luglio, sette focolai sono stati confermati in soli sette giorni in un’ampia area tra Trecate (Novara) e Ponte dell’Olio (Piacenza), distanti tra loro un centinaio di chilometri. La carenza di biosicurezza non può essere una criticità “esplosa” in modo così repentino; l’esplosione di focolai in questa maniera è invece tipica della malattie causate da insetti vettori.

Sembra pertanto più convincente ritenere che, oltre alla insufficiente biosicurezza ci siano altri fattori o co-fattori di rischio che stanno facilitando la diffusione della PSA, finora non identificati, e strettamente legati alla stagione estiva.

l potenziale rischio rappresentato dagli insetti, oggetto di numerosi studi a livello europeo (ed i risultati di almeno alcuni di essi, sia pure non risolutivi, supportano l’ipotesi che il virus della PSA possa diffondersi anche a seguito del trasporto meccanico di diverse specie di insetti), nel nostro paese è stato finora del tutto trascurato. Anche se, così come era già successo nel 2023, anche nel 2024, la grande maggioranza dei focolai nei suini domestici (14 su 16, secondo i nostri calcoli) si è verificato in prossimità di risaie, dove gli insetti la fanno da padrone.

Potrebbe trattarsi del caso, è vero: la malattia si è diffusa nella zona risicola più importante d’Italia ed è inevitabile che gli allevamenti colpiti siano per lo più in vicinanza di risaie. Ma potrebbe anche darsi il contrario: sia nel 2023 che nel 2024 la gran parte dei focolai di PSA nei suini domestici si è verificata in prossimità delle risaie (e non altrove, o quasi) perché in qualche modo uno specifico, non identificato fattore di rischio di diffusione della PSA che si concretizza solo d’estate è associato alla presenza di risaie. A supportare questa seconda ipotesi potrebbe essere anche addotto il fatto che il focolaio di PSA nei suini domestici verificatosi alcune settimane fa in provincia di Piacenza (dove la PSA circola tra i cinghiali, come a Pavia, ma dove non sono presenti risaie) sembra essere stato – a distanza di quasi quattro settimane – efficacemente contenuto; mentre più a nord, nelle zone risicole, la malattia si è diffusa molto di più (15 focolai, a tutt’oggi). Sarebbe per certi aspetti rassicurante se fosse confermato questo “rischio-risaie”: significherebbe che altrove, anche in Pianura Padana, il rischio di focolai nei suini domestici potrebbe essere meglio prevenuto. Considerata l’importanza del problema, sarebbe pertanto più che opportuno investigare seriamente su questa possibile associazione PSA-risaie e sull’ipotesi che gli insetti possano rappresentare un ulteriore possibile fattore di rischio (ancora da provare, sia chiaro!) quale veicolo meccanico del virus.

In ogni caso, la biosicurezza è indiscutibilmente un elemento importantissimo per la prevenzione della PSA; ed in proposito non solo le attività di comunicazione sono state inadeguate, ma anche quelli di informazione e di formazione del mondo allevatoriale sembrano essere state largamente insufficienti: le interviste rilasciate da alcuni degli allevatori che sono stati colpiti dalla PSA denotano una scarsa conoscenza della necessità delle misure necessarie a fermare la PSA nei suini domestici, come l’abbattimento dei capi negli allevamenti colpiti. Questo è molto grave: senza la consapevolezza, il coinvolgimento e la responsabilizzazione degli allevatori e degli altri soggetti interessati non vi è alcuna possibilità di risolvere questo problema, un messaggio che finora sembra essere stato largamente trascurato.

Eppure, la maggiore responsabilizzazione degli operatori è uno dei principi-chiave della nuova regolamentazione europea sulla sanità animale adottata fin dal 2016 ed entrata in applicazione nel 2021. Ma l’importanza di questo approccio forse non è stata ancora capita neanche dagli addetti ai lavori. Anche in questo caso, la formazione diventa fondamentale. Inoltre, da un punto di vista della comunicazione, dare la colpa ai cinghiali è probabilmente molto facile, è meno facile ricordare che è indispensabile che ognuno si prenda le proprie responsabilità. Speriamo che le attività di formazione rese obbligatorie per gli operatori da recenti disposizioni ministeriali colmino queste gravi lacune.

In sintesi, è quanto mai necessario che tutti gli interessati prendano atto della inadeguatezza di quanto finora posto in essere, quale presupposto per un’analisi critica che porti ad un miglioramento delle misure finora adottate; e non solo quelle strettamente sanitarie, ma anche quelle di comunicazione, informazione e formazione. Altrimenti non si potrà mai prevenire efficacemente neanche il prossimo picco epidemico; e il rischio è che nell’estate 2025 ci si ritroverà nella stessa situazione di quest’anno, se non peggiore.

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Immagine in copertina: Cassandra piange la distruzione di Troia, Jan Swart Van Groningen, 1550-55


2 responses to “Peste Suina Africana: questo mezzo disastro era stato previsto e probabilmente lo si poteva evitare.”

  1. […] che potrebbero smentire l’ “ipotesi insetti”, da lui avanzata in alcuni recenti articoli pubblicati sui questo sito. Ecco cosa ci ha […]

  2. […] il sistema sta funzionando? Veterinari per la Salute.Una veterinaria (2014, 25 Agosto). Peste Suina Africana: questo mezzo disastro era stato previsto e probabilmente lo si poteva evitare. Veterinari per la […]

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