di dr. Alberto Laddomada,
veterinario, ex dirigente della Commissione Europea – Legislazione UE sulla Sanità Animale – ed ex Direttore Generale dell’IZS Sardegna
Come tutti sanno, la Peste suina africana (PSA) è diventata endemica nei cinghiali in numerose aree del nostro paese. Il virus può diffondersi anche negli allevamenti suinicoli, come è successo in queste settimane in Piemonte, Lombardia ed Emilia-Romagna.
Nei giorni scorsi sono rimasto colpito dalla dichiarazione di uno dei proprietari di questi allevamenti dell’Italia del nord in cui, dopo la conferma della presenza di questo terribile virus in uno o due suini morti, i veterinari della ASL stavano per procedere con l’abbattimento di tutti i rimanenti capi dell’allevamento. “Non è giusto che, anche quando sono ammalati o morti solo pochi capi, si debbano abbattere anche tutti gli altri”, ha dichiarato l’allevatore.
In questo breve articolo cercherò di spiegare che non è appropriato parlare di “giustizia”, perché qui non si tratta di una pena che si infligge all’allevatore, ma di una misura sanitaria necessaria a prevenire un’ulteriore diffusione della malattia; misura che è resa obbligatoria, salvo alcune limitate eccezioni, dalle norme della UE (ma prima di esse, circa tre decenni or sono, anche dalla normativa italiana vigente all’epoca). Cercherò di illustrare la ratio di questa norma che, evidentemente, non è del tutto chiara neanche a chi, per motivi professionali, sarebbe tenuto a conoscerla.
La PSA è una malattia devastante dei suini domestici e selvatici per la quale non esiste un vaccino o una cura. È una malattia contagiosa: quando si individuano all’interno di un allevamento uno o due animali morti, è pressoché sicuro che altre decine o centinaia si siano già contagiati; e questi animali (ancora sani), a loro volta ne contageranno degli altri. Infatti, si deve sempre considerare il cosiddetto periodo di incubazione, il periodo che intercorre tra il contagio e la comparsa dei primi sintomi, che inizialmente possono passare del tutto inosservati. Durante questo periodo di circa una settimana, l’animale infetto sta già eliminando il virus all’esterno, ad esempio con le feci, e sta così già contagiando gli altri suini che vivono a contatto. Qualche altro giorno passa poi perché si verifichi, dopo la comparsa dei primi sintomi, la morte dei primi animali colpiti, che – se questi capi verranno sottoposti ai test di laboratorio previsti dalle norme – riveleranno la presenza della malattia nell’allevamento.
A questo punto, insomma, se in un allevamento troviamo anche un numero molto limitato di capi morti in cui la presenza del virus della PSA è stata confermata, dobbiamo partire dal presupposto che – con certezza pressoché matematica – si sia già verificato il contagio di molti altri capi dello stesso allevamento, probabilmente decine o centinaia. Infatti, bisogna considerare che il virus della PSA non si trasmette solo per contatto diretto tra animale infetto e animali sani che vivono nelle immediate vicinanze, ma anche per contatto indiretto, cioè mediato, ad esempio, da un lavoratore dell’allevamento che si sposta da un box all’altro o da un capannone all’altro. E così la malattia si diffonde dappertutto. È impossibile, nei fatti, individuare rapidamente i capi che – al momento della conferma della PSA – si siano già contagiati, separarli da quelli non ancora contagiati e limitare solo ad essi le procedure di abbattimento: purtroppo è necessario abbatterli tutti. L’effetto slavina è infatti già cominciato, ed è pressoché inarrestabile. Quell’allevamento è diventato o sta diventando una bomba biologica, con tantissimi capi infetti, potenziale fonte di contagio per altri allevamenti. E bisogna disinnescare quella bomba il prima possibile, se si vuole fermare sul nascere una possibile epidemia.
Ma a questo punto può sorgere un altro dubbio: se l’obiettivo fosse impedire ulteriori contagi di altri allevamenti, non sarebbe sufficiente “chiudere a doppia mandata” l’allevamento infetto, per evitare la diffusione del virus, e attendere la naturale evoluzione della malattia in quello colpito? Ma a questa domanda rispondiamo senza indugi: la PSA è un flagello di devastante letalità, che uccide fino al 90% dei capi infetti. I pochi superstiti di un allevamento, grande o piccolo che sia, sarebbero sofferenti e dimagriti. La situazione, già tragica sotto il profilo del benessere animale, si rivela altrettanto disastrosa per l’economia dell’allevatore: mantenere in vita animali destinati quasi certamente alla morte o alla sofferenza continua rappresenta non solo una spesa inutile, ma anche un investimento privo di ritorni, poiché i suini sopravvissuti non sarebbero neppure di alcun valore commerciale. Nel frattempo, l’allevamento diventerebbe una sorta di bomba a orologeria, con il virus pronto a diffondersi ulteriormente verso altri allevamenti per settimane o mesi. Ovviamente, la sofferenza per tutti i suini dell’allevamento, in caso di questa rischiosissima non applicazione delle misure di abbattimento previste dalle norme, sarebbe molto maggiore. Stiamo, forse, cercando di persuaderci che una tale passività sia una soluzione quando in realtà essa ci conduce solamente verso una maggiore sofferenza degli animali e un irreversibile danno economico? Dobbiamo allontanarci dall’illusione che “lasciar fare alla natura” sia la soluzione migliore, nell’interesse del benessere animale.
Dobbiamo domandarci invece quali siano le conseguenze di lungo periodo della non applicazione delle misure di abbattimento (cosiddetto stamping out).
Andiamo a vedere quello che in questi anni si sta verificando in quei paesi dove, non si applicano – per mancanza di mezzi o di risorse – misure draconiane come quelle previste dalle norme UE. Andiamo ad esempio a vedere la situazione in Vietnam o nelle Filippine. La PSA si è diffusa nel giro di alcuni mesi o tutt’al più in uno o due anni, in decine di migliaia di allevamenti in tutto il territorio, sia allevamenti intensivi, ognuno con molte migliaia di capi, che in quelli per autoconsumo familiare, ancora numerosissimi in quei paesi, e importante fonte di sostentamento per le popolazioni rurali. Sia nei primi che nei secondi, ha causato e sta causando enormi problemi economici e perfino di approvvigionamento proteico per le popolazioni più disagiate. Oltre ovviamente, alla sofferenza che questo dilagare della malattia ha causato nei milioni di animali colpiti, sia negli allevamenti rurali che in quelli commerciali. E’ pertanto illusorio pensare che il problema PSA si risolva chiudendo gli allevamenti intensivi.
Benché le normative dell’Unione Europea, redatte da quelle figure tanto vituperate degli euroburocrati, possano sembrare a prima vista ingiuste o crudeli, si rivelano, a un esame più accurato, imperative, essendo indispensabili sotto molteplici aspetti. Dal punto di vista epidemiologico, esse sono essenziali per contenere la diffusione di malattie devastanti; eticamente, sono vitali in considerazione del welfare degli animali; economicamente, si rivelano cruciali per prevenire perdite catastrofiche che potrebbero travolgere interi settori produttivi. Pertanto, queste normative non sono soltanto un rigido corollario di regole burocratiche, ma un fondamentale baluardo teso a salvaguardare non solo la salute animale e la stabilità economica, ma anche principi etici ed il benessere animale.
Immagine di copertina: Anders Askevold – Study of six pigs, 1900, Nasjonalmuseet for Kunst Arkitektur og Design


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