Slow Food e le Bufale a “Km Zero” sulla Peste Suina Africana


In epoche di crisi, si assiste spesso a un fenomeno peculiare: numerosi individui si precipitano a frugare tra i detriti del disastro, affannandosi nella ricerca di colpevoli piuttosto che di soluzioni. Ma è proprio in questi momenti critici che l’esigenza di una divulgazione informativa accurata e scientificamente valida diventa imprescindibile. La ragione di ciò? In condizioni di emergenza, le informazioni errate non solo distorcono la realtà ma possono esacerbare la crisi, influenzando la popolazione, gli esponenti governativi e addirittura autorità giudiziarie, in modi che, piuttosto che attenuare, possono esacerbare la crisi in atto.

L’Italia, nazione già afflitta da incertezze e turbamenti, si trova ora a combattere contro la morsa della Peste Suina Africana. In questo contesto, il superfluo strato di disinformazione è un ulteriore peso che rischia di far crollare la fragile stabilità nazionale.

Slow Food, un’organizzazione generalmente apprezzata per il suo impegno verso l’autenticità e la sostenibilità dei prodotti alimentari, sembra aver permesso, in questa fase critica, che l’emotività offuscasse la chiarezza della logica, lanciandosi in affermazioni cariche di pathos ma prive di una base di dati concreti e verificabili, che rischiano di aggiungere confusione alla già sovraccarica arena pubblica.

fonte: Terra Nuova

fonte: Slow Food (7/8/2024)

La causa principale della peste suina africana non sono gli allevamenti intensivi

Il virus della Peste Suina Africana (PSA) rivela una notevole capacità di adattamento, sia che si tratti di cinghiali che di animali bradi, sia che si tratti di allevamenti familiari che di allevamenti intensivi. Indipendentemente dall’ambiente, il suo esito è invariabilmente lo stesso: il virus semina malattia e morte tra gli animali colpiti.


In Europa, il virus della PSA si manifesta attraverso tre distinti cicli epidemiologici: il primo riguarda principalmente i suini allevati in aziende familiari con limitate misure di biosicurezza, situazione comune in alcuni paesi dell’Est Europa e in Romania; il secondo ciclo coinvolge innanzitutto i cinghiali, o “suini selvatici”, che si estende attraverso molti Stati dell’Unione Europea, tra cui Polonia, Paesi Baltici, Germania e la nostra Italia; questi scenari epidemiologici sono correlati alla presenza del genotipo II del virus. Infine, troviamo un terzo scenario epidemiologico, quello dei suini bradi allevati in Sardegna, caratterizzati da un genotipo I del virus, che è stato fortunatamente eradicato con successo.

Gli allevamenti intensivi si trovano in una posizione periferica nella catena di trasmissione della malattia, grazie a rigorose misure di biosicurezza e all’applicazione efficace di misure come lo stamping out. Invece i cinghiali, godendo di una notevole libertà di movimento, facilitano la rapida diffusione del virus: sebbene nel nord Italia sia in corso un cluster di focolai in allevamenti suinicoli, questa circostanza si configura più come un’eccezione che non come la norma, data la presenza ormai costante della PSA tra i cinghiali nelle Regioni colpite.

Certo, l’impatto della PSA, quando colpisce allevamenti di grandi dimensioni è sicuramente molto grande, ma la soluzione non è abolire gli allevamenti intensivi trasformandoli in allevamenti all’aperto, bradi o semibradi, che sono ancor più a rischio di introduzione della malattia.

I suini bradi illegali erano il serbatoio della peste suina africana in Sardegna

Contrariamente a quanto affermato da Slow Food su Terra Nuova, gli allevamenti con suini allo stato brado o semibrado sono in realtà i più vulnerabili. La situazione in Sardegna illustra chiaramente questa verità: oltre ai cinghiali e ai suini domestici gestiti per lo più nelle aziende familiari, ma in qualche caso anche intensive, esistevano anche suini bradi illegali che per quarant’anni hanno rappresentato il principale serbatoio del virus della PSA. Incredibilmente, la malattia è persistita a lungo sull’isola, alimentata dall’assenza di misure di controllo adeguate contro questi animali, nonostante il loro numero relativamente basso (ultimamente, circa 6-7.000 capi).
Il problema sardo, che sembrava irrisolvibile, ha iniziato a delineare una soluzione possibile. Con l’eliminazione di questi suini bradi illegali, il virus è stato finalmente eradicato, chiudendo un capitolo lungo e doloroso nella storia veterinaria dell’isola.

il virus e la globalizzazione

La PSA è presente da molto tempo in Africa. La sua odissea inizia nel Kenya del primo Novecento, quando coloni britannici introdussero esemplari della razza suina Large White, che si trovarono ben presto afflitti da una malattia emorragica devastante. Inizialmente, questa patologia venne confusa con la peste suina classica, allora denominata “peste suina europea”. Negli anni, la comprensione del ciclo africano della PSA si è affinata, rivelando un ruolo cruciale giocato dalla zecca Ornithodoros moubata, vettore del virus. Il facocero, pur essendo parte integrante dell’ecosistema virale, non incide significativamente sull’epidemiologia della malattia. Si suppone che, attraverso migliaia di anni di selezione genetica, questo animale abbia sviluppato una resistenza alla PSA, relegando il suo ruolo a una mera comparsa nell’ambito della patologia. Al contrario, nei suini domestici – qualsiasi sia la tipologia di allevamento – e nei cinghiali selvatici il virus – una volta estratto dal suo habitat africano, dove era sostanzialmente innocuo – si rivela letale.

In Africa, dove la suinicoltura non è pratica altamente diffusa, la PSA rimaneva circoscritta; era possibile isolare i suini allevati mediante doppie recinzioni, lontano dalle tane dei facoceri e dalle zone frequentate dalle zecche, tenendo così la malattia sotto controllo. Tuttavia, col trascorrere del tempo, il virus ha oltrepassato i confini africani. Le grandi migrazioni e i commerci, che da sempre hanno accompagnato la diffusione di malattie in aree geografiche precedentemente immuni, in questo periodo di globalizzazione acquisiscono una nuova, pericolosa dimensione: il continuo rimescolarsi di persone, animali o merci facilita l’insediamento dei virus e di altri agenti infettivi in nuovi ecosistemi dove possono proliferare con effetti potenzialmente catastrofici. L’ironia tragica del nostro tempo si manifesta nel paradosso che, mentre diligentemente ci adoperiamo alla costruzione di ponti fisici, trasportiamo, talvolta senza saperlo, ospiti indesiderati capaci di scatenare cataclismi su scala planetaria.

Ponti fisici, barriere sociali

In questo contesto, la problematica non si circoscrive meramente al dominio medico o ecologico, ma si intreccia indissolubilmente con aspetti economici, sociali e politici. Affrontare tali sfide impone un’intesa sociale e internazionale, e politiche sanitarie avant-garde.
Solo se tutte le parti coinvolte ammetteranno che il nemico non sono gli altri, ma è il virus, e si orienteranno verso la strategia ottimale per la sua eradicazione, considerando l’ambiente in cui esso si propaga, potremo sperare di superare la sterile ricerca di capri espiatori, che altro non fa che facilitare il propagarsi della malattia e rallentare il progresso.
In tale scenario, molto difficile, l’Italia avrebbe disperato bisogno di una leadership illuminata, capace non solo di discernere il cammino da percorrere, ma anche di comunicarlo con efficacia.
In un clima in cui le falsità sembrano propagarsi più rapidamente dei virus stessi, governare si trasforma in un’impresa titanica, che potrebbe scoraggiare anche i più audaci.


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