
In questo articolo, offriamo una versione riadattata per iscritto di un intervento tenutosi alla conferenza “Epidemie a Confronto: COVID-19, Xylella fastidiosa degli ulivi pugliesi e la Peste Suina Africana che minaccia il nostro territorio” organizzata da Minerva – Associazione di divulgazione scientifica il 16 marzo 2024.
Dr. Alberto Laddomada: Vi ringrazio per essere qui per ascoltare ciò che cercherò di spiegarvi riguardo la peste suina africana. Un ringraziamento speciale va a Minerva, al presidente Marco Rocca, e alla dottoressa Corsini e a chi ha voluto invitarmi qui, offrendomi l’opportunità di parlare di un tema che ha segnato profondamente la mia vita professionale.
Parte I Generalità

Oggi discuteremo della peste suina africana (PSA), introducendo le generalità. La slide che ho preparato un paio d’anni fa, che ritengo ancora estremamente valida, riassume quattro affermazioni tratte dai due testi indicati in alto:
Zimmerman, J. J., Karriker, L. A., Ramirez, A., Schwartz, K. J., Stevenson, G. W., & Zhang, J. (Eds.). (2019). Diseases of Swine (11th ed.). Wiley-Blackwell.
Iacolina, L., Penrith, M.-L., Bellini, S., Chenais, E., Jori, F., Montoya, M., Ståhl, K., & Gavier-Widén, D. (Eds.). (2021). Understanding and combatting African Swine Fever: A European perspective.
“L’evoluzione del virus della PSA è uno dei più grandi misteri della virologia moderna” Parliamo, infatti, di un virus estremamente particolare.
“La PSA, la sfida della salute dei suini di questo secolo”. Discuteremo, dunque, del virus. “I metodi per controllare ed eradicare la PSA possono essere diversi, in dipendenza della regione e del continente, della specifica situazione epidemiologica e delle circostanze, delle risorse economiche e della situazione nelle regioni vicine”
“La sola conoscenza epidemiologica non è sufficiente per controllare la PSA … è ugualmente importante capire il contesto socio-culturale, economico e politico e le strade per una comunicazione efficace”
Ritengo queste affermazioni particolarmente pertinenti.
Sebbene oggi intenda adottare un approccio critico, il mio obiettivo non è criticare le persone, poiché sono pienamente consapevole della gravità rappresentata dalla PSA come sfida sanitaria di questo secolo per i suini, un problema imponente che chiunque si occupi di malattie trasmissibili, sia nell’uomo, nelle piante che negli animali, si è trovato ad affrontare. Apprezzo in modo particolare la terza delle affermazioni citate, che sottolinea l’importanza di conoscere la situazione epidemiologica specifica e le circostanze locali. Non esiste una soluzione universale alla PSA, efficace ovunque; è cruciale comprendere le dinamiche locali.


In estrema sintesi, si tratta della malattia contagiosa più devastante che colpisce suini domestici e selvatici, con una letalità del 90%. Ciò significa che il 90% degli animali infettati dalla peste suina africana muore. Ricordo che il terribile COVID-19, che ha messo in allarme tutto il mondo, presentava una letalità dell’1-2%. In questo caso, parliamo del 90%, offrendo così un’idea dell’enorme differenza nelle proporzioni. La malattia è causata da un virus particolarmente singolare, argomento su cui ritornerò. Al momento, non esistono né vaccini né cure disponibili. Importante sottolineare che non colpisce l’uomo, rendendo il rischio per quest’ultimo assolutamente trascurabile; non è corretto parlare di rischio zero, ma il rischio di trasmissione da suini a uomo è praticamente inesistente. I danni sanitari provocati sono gravissimi: gli animali infettati si ammalano e muoiono, causando danni sanitari diretti e indiretti, oltre a creare scompiglio nei commerci nazionali e internazionali, con conseguenze devastanti.

Sapete perché il virus è così particolare? Perché è un virus unico. Pensate a questo: si dice “natura non facit saltus”; nel caso della PSA, abbiamo un virus che si distingue da tutti gli altri che conosciamo. Questo virus appartiene alla famiglia degli Asfarviridae, della quale è l’unico membro. Allo stesso tempo, è l’unico “arbovirus” a DNA conosciuto. Come saprete, i virus si classificano in due grandi categorie: DNA e RNA. E quello della PSA è l’unico virus a DNA a essere considerato un arbovirus, cioè un virus trasmesso tramite insetti vettori biologici.
Un esempio tipico di arbovirus è il virus della Blue Tongue dei Ruminanti, ma anche il virus della West Nile Fever, una zoonosi che colpisce soprattutto nella Pianura Padana, proprio per la presenza numerosa di zanzare: ma questi sono, tipici arbovirus a RNA. Questo è l’unico arbovirus trasmesso da vettori biologici a DNA, rappresentando così un caso di evoluzione completamente distinta.
La sua origine risiede in una particolare zecca africana, su cui torneremo più avanti. Questo virus presenta una variabilità genetica relativamente limitata rispetto al COVID, del quale avete sentito parlare riguardo le varianti, eccetera. Questo varia molto meno, anche perché è un virus a DNA. A differenza dell’RNA, il DNA tende a modificarsi meno rapidamente quando replica. Tuttavia, in Africa sono stati identificati 24 genotipi di virus della PSA. Questo perché, nel corso dei millenni – dalle decine di migliaia agli anni centinaia di migliaia – il virus ha avuto numerose opportunità per diversificarsi. Dei 24 genotipi, al di fuori dell’Africa ne sono stati trovati solamente due: il genotipo I e II. È possibile, però, la ricombinazione tra i diversi genotipi. Ad esempio, oggi in Cina si registra la presenza di un genotipo del virus della PSA, risultato della ricombinazione tra il I e il II.
Nei suini, questo virus provoca forme molto gravi di malattia emorragica, con quadri clinici drammatici, paragonabili a quelli causati dall’ebola negli esseri umani. Inoltre, il virus dispone di numerosi meccanismi per eludere la risposta immunitaria, motivo per cui non disponiamo ancora di un vaccino.
La complessità del virus è evidente: ha addirittura tre strati protettivi, che contribuiscono alla sua elevatissima resistenza ambientale. Si tratta di uno dei virus più resistenti presenti nell’ambiente, caratterizzato da una struttura molto complessa. I tre strati sono composti da decine di proteine. Al contrario, il virus del COVID-19, qui mostrato per confronto (le due immagini non sono in scala), ha principalmente una singola proteina esterna, la nota proteina Spike (nell’immagine a fianco).

Quando è scoppiata la pandemia, gli scienziati non hanno avuto dubbi su dove concentrare la ricerca per lo sviluppo di un vaccino: era necessario stimolare una risposta immunitaria contro la proteina Spike nel caso del COVID-19. Per il virus della PSA, invece, non è ancora chiaro quali proteine debbano essere il bersaglio di un vaccino. Attualmente, gli sforzi nella ricerca di un vaccino procedono a tentativi e, nonostante lo sviluppo di alcuni prototipi promettenti, siamo ancora lontani dal disporre di un vaccino efficace nel breve termine.
Parte II : Una storia molto singolare, cominciata in Kenya agli inizi del ‘900
La storia della peste suina africana è fondamentale per comprendere come si sono sviluppati gli eventi. Tale narrazione ha origine in Kenya all’alba del secolo scorso, periodo durante il quale i coloni inglesi introdussero i suini della razza Large White, tra gli altri. Questi animali si ammalarono di una malattia emorragica devastante, che in un primo momento fu confusa con la peste suina classica, all’epoca denominata peste suina europea, soprattutto nella terminologia tedesca, data la somiglianza tra le due patologie. Tuttavia, si scoprì presto che la malattia in questione non corrispondeva alla peste suina classica, ma era qualcosa di diverso. Fu chiarito l’origine di questa malattia e, nel corso dei decenni successivi, si arrivò alla scoperta del ciclo africano della peste suina africana. Un ruolo centrale in questo ciclo è giocato dalla zecca Ornithodoros moubata, vettore del virus della PSA. Genetisti hanno dimostrato che, nel corso di centinaia di migliaia di anni, forse anche più di un milione, virus e zecca hanno sono co-evoluti.


Sono state identificate similitudini tra parti del genoma del virus della peste suina africana e del genoma della zecca. Questo indica che i due organismi rappresentano un percorso evolutivo condiviso da migliaia di anni. Il problema attuale è che non si conosce la funzione dei geni e delle proteine in comune, sia nel caso delle zecche sia per il virus. Esistono almeno 30 o 40 proteine virali le cui funzioni restano ignote, rendendo il virus della PSA un agente patogeno complesso. L’Ornithodoros moubata agisce come un vettore biologico, all’interno del quale il virus si replica, parassitando le cellule della zecca, a differenza di altri vettori come nel caso della Xylella fastidiosa e Philaenus spumarius. Il virus della PSA è un virus che colpisce dunque innanzitutto questa zecca.
Il facocero africano gioca un ruolo completamente differente: è un ospite occasionale e non svolge un ruolo cruciale nel ciclo epidemiologico della malattia. In Africa, l’adulto del facocero non ha alcuna funzione nell’epidemiologia della PSA, mentre la zecca è essenziale, poiché il virus può persistere indefinitamente nelle sue popolazioni senza causare malattia. Al contrario, i facoceri giovani hanno un ruolo nella circolazione del virus, ma che è alquanto marginale. La conclusione è che, probabilmente grazie a migliaia di anni di selezione genetica, il facocero è diventato resistente alla PSA, riducendone l’importanza come ospite nel contesto della malattia.

Quello che invece accade sia nel suino domestico che nel cinghiale selvatico è completamente diverso: un virus, tolto dal suo ambiente naturale in Africa, dove non arreca problemi, provoca una malattia devastante nei suini domestici e selvatici. Finora, non è stata identificata alcuna differenza sostanziale nell’evoluzione della malattia tra suini domestici e selvatici; la dinamica è praticamente identica. Emergeranno ancora opportunità di ricerca in questo ambito. In Africa, dove l’allevamento suino non riveste un’importanza critica, la PSA rimaneva contenuta; era possibile, anche in presenza di suini, isolare adeguatamente gli animali con doppie recinzioni, lontano dalle tane dei facoceri e dai siti di possibile presenza di zecche, rendendo la situazione tollerabile. Tuttavia, la PSA ha eventualmente oltrepassato i confini dell’Africa. La sua destinazione? Innanzitutto, la Penisola Iberica, e in particolare il Portogallo, ha registrato due distinti casi di introduzione del virus: uno nel 1957 e l’altro nel 1960.

Oltre a causare una malattia devastante nei suini domestici e selvatici, il virus ha incontrato un altro tipo di zecca, simile a quella africana; fortunatamente, nella zecca Ornithodoros erraticus della Penisola Iberica, il virus non riesce a replicarsi all’infinito. In particolare, manca la trasmissione transovarica, sia sessuale che non, essenziale per garantire la persistenza indefinita del virus all’interno di una colonia di zecche. Queste colonie, sia in Africa che nella Penisola Iberica, si trovano sottoterra. La zecca in questione è peculiare perché si attacca all’ospite, in questo caso il suino, solo per nutrirsi di sangue; non rimane attaccata in modo permanente. Questo comportamento è diverso da quello osservato nelle zecche in altre specie animali, come cani e gatti, con cui molti di voi sono famigliari.
La zecca si alimenta per un breve periodo, da 10 a 30 minuti, per poi ritirarsi sottoterra e passare a uno stadio successivo di sviluppo ad ogni pasto di sangue. Tuttavia, l’Ornithodoros erraticus non riesce a garantire una persistenza indefinita del virus, almeno in Spagna, dove le zecche trovano rifugio nei tradizionali ricoveri dei suini, sia quelli da cortile che quelli più tradizionali. Le zecche tendono ad infrattarsi tra le rocce, nel sottosuolo. Quando i suini arrivano, saltano loro addosso, fanno il pasto di sangue, e poi si ritirano di nuovo sottoterra, in attesa.
Poiché entrano in ipobiosi, ovvero rimangono in uno stato di inattività quando sono prive di cibo, possono restare in attesa per anni, anche molti. Nella penisola iberica, nonostante l’eradicazione del virus, si è verificata una recrudescenza. Questo è accaduto dopo che il Portogallo era stato dichiarato, se non erro, libero dalla PSA nel ’97. La ricomparsa un paio di anni dopo è dovuta al fatto che alcuni hanno introdotto nuovamente i suini in aree dove persistevano zecche infette. Fortunatamente, si è trattato di un episodio limitato. Ho molti ricordi legati a queste vicende poiché ho collaborato, anche come esperto per la Commissione Europea, all’eradicazione del virus in Spagna e Portogallo già in quel periodo. Si è riusciti a debellarlo senza eccessive difficoltà poiché i cinghiali non erano mai stati considerati un vettore significativo, e i fatti hanno confermato questa valutazione. In Spagna e Portogallo, la PSA nei cinghiali non ha rappresentato un problema grave. Stiamo discutendo del genotipo 1. Non entrerò ora nei dettagli della situazione in Sardegna, ma è opportuno sapere che già negli anni ’60 l’Italia affrontò un’epidemia di PSA di origine spagnola, che interessò principalmente Toscana e Lazio . L’epidemia fu contenuta efficacemente attraverso il metodo dello stamping out.
Va notato che, in quel periodo, le conoscenze epidemiologiche erano molto limitate, tuttavia, non ci fu grande diffusione. Con ogni probabilità, il virus arrivò esclusivamente negli allevamenti. In questi, fu adottata la strategia dello “stamping out”, che permise di eradicare la PSA. Mi riferisco agli anni 1967-1968. Eventi simili si verificarono anche in Francia, dove fu possibile eradicare il virus. In Sardegna, la PSA si diffuse costantemente attraverso i rifiuti alimentari. Approfondiremo questo argomento più avanti. Ricordo che, quando ero bambino, era normale osservare nei dintorni dei paesi o anche nelle città i suini che rovistavano nelle discariche. Questo avveniva negli anni ’70 ed era considerato abbastanza normale. Il problema maggiore fu rappresentato dalla popolazione di suini selvatici. Riprenderò questo tema, ma è importante sottolineare che, dal 8 aprile 2019, non si è più registrata la presenza del virus della peste suina africana in Sardegna. Tornerò su questo argomento per spiegare come e perché siamo riusciti a vincere questa battaglia.


Un evento grave si verificò nel 2007, quando il genotipo 2 della PSA, originario dell’Africa, probabilmente introdotto da navi che trasportavano rifiuti di cucina con carne infetta, giunse in Georgia. Per chiarire, la Georgia è una repubblica sovietica che ottenne l’indipendenza dopo il crollo dell’URSS. Da lì, il virus si diffuse in molte aree, inizialmente nelle repubbliche transcaucasiche vicine e successivamente in Russia, per poi avanzare gradualmente verso l’Occidente. Oggi, il genotipo 2 sta provocando un’epidemia, che potremmo definire pandemia, di PSA in mezzo mondo. Il virus si è gradualmente diffuso dall’Africa, suo luogo d’origine, a oltre 50 paesi nel mondo, tra Europa, Asia e anche i Caraibi. In questi paesi si alleva oltre il 75% dei suini mondiali; solo in Cina si alleva il 50%. La Cina è stata devastata dalla PSA negli ultimi 3 o 4 anni. Il problema grave è l’incapacità di fermare questa epidemia, che non è solo un problema italiano, ma mondiale. I paesi che non sono stati colpiti dalla PSA, inclusi alcuni all’interno dell’Unione Europea come Danimarca, Paesi Bassi, Francia e Spagna, o al di fuori dell’UE come Stati Uniti e Brasile, grandi produttori, stanno traendone vantaggio. L’Asia è devastata; recentemente, la peste sta colpendo duramente le Filippine, affliggendo numerosi piccoli allevamenti familiari. La malattia non fa distinzioni, colpisce sia l’allevatore con 10.000 scrofe sia quello con solo due. È una malattia devastante e inarrestabile. Solo in due paesi dell’Unione Europea, Belgio e Repubblica Ceca, si è riusciti a eradicare la malattia. Quella della Sardegna è storia a sé stante (le dedicherò un capitolo a parte), grazie a interventi rapidi e mirati. Desidero esprimere immediatamente la mia gratitudine al dottor Vittorio Guberti, uno dei protagonisti di questa storia.

In questo contesto globale, la PSA è arrivata fino in Papua Nuova Guinea, quasi raggiungendo l’Australia. Gli australiani sono comprensibilmente in allarme per la vicinanza della peste suina africana, distante solo 500 km. Tuttavia, la malattia ha raggiunto anche i Caraibi, sull’isola di Hispaniola, che comprende Haiti e la Repubblica Dominicana. Haiti, devastata su tutti i fronti, difficilmente può contrastare una tale epidemia. È impensabile pensare di contrastare una malattia come la PSA in una situazione sociale come quella. Nella Repubblica Dominicana, nonostante le significative difficoltà, si stanno facendo maggiori sforzi.
Parte III La PSA in Europa
Per quanto riguarda l’Unione Europea, nella mappa sono indicate le cosiddette zone 1, 2 e 3, che sono ben note. Ricordo che la malattia è presente anche in Russia, Bielorussia, Ucraina e in tutti i Balcani, dove non esiste più alcun paese immune alla PSA, includendo Serbia, Bosnia, Macedonia, Montenegro, Kosovo e anche Albania, dove recentemente è stata rilevata la malattia. Anche Bulgaria e Grecia sono colpite. La Romania, in particolare, è gravemente affetta, con una diffusione abbondante anche negli allevamenti domestici. Le aree in rosa indicano la presenza della PSA nei cinghiali; quelle celesti sono le zone cuscinetto. Sorprendentemente, la malattia è arrivata fino in Svezia, dove sembra che stiano riuscendo a contenerla efficacemente, grazie a rapidi interventi.

In Italia, la situazione sarà discussa in seguito, ma è fondamentale sottolineare un aspetto: nell’Unione Europea, oltre il 90% dei suini è allevato in zone o paesi membri che non sono stati colpiti dalla PSA. È quindi comprensibile che la Commissione Europea adotti misure severe nei confronti delle aree affette, al fine di proteggere la grande maggioranza dei suini che non sono stati contagiati.

Il virus si trasmette principalmente attraverso il contatto diretto da un suino malato a uno sano. Sappiamo che i suini che sopravvivono alla malattia, rimangono sieropositivi e capaci di ospitare il virus per alcuni mesi, ma con una capacità limitata di trasmissione. Questa dinamica è ben conosciuta in Sardegna, dove, nonostante il riscontro di numerosi sieropositivi, non si sono registrati casi di contagio ad essicorrelati .
La contaminazione ambientale gioca un ruolo fondamentale, specialmente considerando la malattia nei cinghiali, in quanto il virus persiste a lungo nel terreno attraverso feci, saliva e sangue degli animali infetti, oltre alle carcasse dei capi morti. Queste ultime possono contenere una quantità impressionante di virus, con valori tra 10 7 e 10 8 per ogni grammo di tessuto. Se un cinghiale trova un altro cinghiale morto, capita che se lo mangi, anche se generalmente i cinghiali non sono cannibali, lo diventano solo se non hanno fame, così mi insegna il dottor Guberti, che è un esperto molto maggiore di me di cinghiali. Il cinghiale però può contagiarsi con il virus dall’ambiente anche semplicemente grufolando.
Questa elevata resistenza del virus nell’ambiente può portare a una trasmissione indiretta anche senza contatto diretto, a causa dell’opera dell’uomo, che può spostare il virus da un luogo ad un altro attraverso abiti e calzature. La resistenza del virus è correlata alla struttura dei tre mantelli di cui abbiamo parlato.
Dedicherò una sezione specifica agli insetti come potenziali vettori meccanici includendo anche mosche e zanzare, che potrebbero trasportare il virus su distanze significative. È riconosciuto che mammiferi come topi e uccelli possano trasportare e diffondere la peste suina africana, quindi non si esclude che anche le zanzare, nonostante la loro piccola dimensione, possano fare lo stesso, data la minima dimensione del virus.
La diffusione della PSA nei Caraibi non è avvenuta casualmente o per semplici spostamenti fisici, ma molto probabilmente attraverso il trasporto di carne infetta. L’attuale allarme in Italia, riguardante carne proveniente presumibilmente dalla Cina e contaminata dal virus, sebbene fondato, non implica necessariamente un rischio diretto di infezione, in quanto il test PCR, pur essendo estremamente sensibile, non dimostra la presenza di virus “vivi”. Tuttavia, la presenza del virus è stata confermata nelle carni, dimostrando la sua resistenza anche ai processi di conservazione come la salatura.


Il virus della PSA si distingue per la presenza a titoli molto elevati nel sangue e nelle carcasse e per una notevole resistenza a variazioni di pH, rimanendo stabile in un intervallo da pH 4 a pH 10. Questa caratteristica enfatizza la pericolosità del virus e la sua capacità di persistere in diversi ambienti.
Certo, l’acido cloridrico e la soda caustica hanno rispettivamente un pH estremamente basso e incredibilmente alto; tuttavia, valori di pH quali 4 e 10 rappresentano comunque estremi significativi. Questo virus dimostra pure una notevole resistenza al freddo, ma viene inattivata in mezz’ora a 60°C. Ciò indica la sua sensibilità al calore, questo è un aspetto cruciale quando discutiamo di salumi vulnerabili a tali temperature. È altresì sensibile ai raggi ultravioletti, sottolineando l’importanza del sole nella inattivazione virale. E’ anche resistente ad alcuni disinfettanti, sottolineando la necessità di selezionare i disinfettanti appropriati. Attualmente, il mercato offre numerose opzioni . Il virus viene anche inattivato da processi di putrefazione e da enzimi proteolitici, indicando che il mantenimento delle carcasse al freddo, prevenendo la putrefazione rapida, permette al virus di persistere nell’ambiente. Tuttavia, se le carcasse vanno in putrefazione a causa del calore, l’inattivazione virale presenta meno problemi.
Gli enzimi proteolitici giocano un ruolo chiave nella maturazione dei prosciutti, processo durante il quale, fortunatamente, il virus della PSA viene inattivato. Nonostante ciò, il virus non viene facilmente inattivato nei salami, nemmeno quando si aggiungono colture starter che abbassano il pH a valori intorno a 5,5-6, poiché questi processi inibiscono anche gli enzimi proteolitici cellulari. Per quanto riguarda il grasso, in cui gli enzimi proteolitici hanno minor influenza, il virus può persistere più a lungo. In sintesi, il virus dimostra una significativa resistenza in ambienti esterni, nelle carni crude e nei salumi non sottoposti a cottura o lunga stagionatura. Di conseguenza, prosciutti cotti, mortadelle e prosciutti crudi stagionati sono considerati sicuri, mentre altri prodotti no.
I trattamenti efficaci sono riconosciuti dalle normative dell’Unione Europea, che riconosce anche la sicurezza dei budelli trattati, pure quelli importati dalla Cina, poiché al termine del trattamento rimane solo collagene, senza muscolo o altri tessuti. La sicurezza dei prosciutti è prioritaria. Interessante è il collegamento storico tra Ronald Reagan e Bettino Craxi: in un incontro il 20 ottobre 1983, discussero di prosciutti, un fatto forse ignoto a molti. In quell’occasione, Craxi esercitò pressione affinché il prosciutto di Parma potesse essere esportato negli Stati Uniti.

Reagan disse: “No, no, finché non ci sono prove scientifiche che dimostrino la sicurezza dei vostri prosciutti riguardo l’inattivazione della PSA, non possiamo procedere”. “Ma sono sicuri,” fu la risposta. “Ah, ma non lo sappiamo. Il midollo è il problema; il sale non penetra, ci sono zone inaccessibili”. Alla fine, si decise di condurre un esperimento. Questa storia mi è particolarmente cara perché, pur essendo molto giovane all’epoca, già nel 1984, fui coinvolto in questo esperimento che dimostrò come il virus della PSA venga inattivato durante il processo di stagionatura. Seguirono altri passaggi, poiché gli americani non sono mai facili da convincere. Ci vollero altri anni fino a che, nel 1987, si superarono ostacoli significativi, come il problema delle contaminazioni batteriche e quello degli stabilimenti di macellazione. Tuttavia, l’accordo era stato chiaro: una volta superate certe barriere sanitarie, potete stare tranquilli che ci atterremo all’intesa. Gli Stati Uniti sono cruciali in questo ambito perché, quando un prodotto viene autorizzato per l’importazione negli Stati Uniti, molti altri paesi seguono l’esempio degli USA, seppur atri paesi possano essere più severi o impiegare queste barriere per fini protezionistici. Tuttavia, il superamento delle barriere USA da parte del consorzio del prosciutto di Parma, seguito da San Daniele, prosciutto cotto, mortadella, e così via, è stato fondamentale per garantire l’esportazione di salumi italiani che oggi vale 2 miliardi di euro l’anno. .
Parte IV: Epidemiologia e misure di controllo fuori dall’Europa


Vediamo cosa sta accadendo in Europa. La mappa mostra il “panorama” attuale. Notate che in alcuni paesi la PSA è diventata endemica. Guardate i tre paesi baltici: nonostante i seri sforzi profusi negli ultimi anni, non sono riusciti a eradicare la PSA dai cinghiali. In Estonia sono particolarmente soddisfatti perché hanno un’isola dove producono molti suini che è rimasta indenne, o zona solo di livello 1, come potete vedere. Estonia, Lettonia, Lituania. E poi c’è l’enclave di Kaliningrad. La situazione peggiore è in Polonia: circa il 60-65% del territorio polacco è sotto restrizioni a causa della peste. La Germania è molto meno colpita, e torneremo a parlare della situazione tedesca. L’Ungheria vive una situazione terribile, così come la Repubblica Slovacca. La Romania, guardate, è in condizioni drammatiche. In passato, c’erano 2 milioni di allevamenti non commerciali. La mia prima visita in Romania, prima dell’allargamento dell’UE, fu nel 2000-2001, e trovai una situazione disastrosa. La Romania è entrata nell’Unione Europea nel 2007, ma la situazione, pur migliorata, rimane complessa. Anche in Bulgaria e Grecia ci sono stati focolai tra gli animali domestici. Il dottor Guberti potrebbe raccontarcelo di persona. Non può parlare perché non è permesso, ma è appena tornato stamattina da Atene, quindi conosce la situazione. Parlerò dell’Italia più avanti, ma fondamentalmente, abbiamo ancora il cuscinetto della Slovenia e dell’Austria che protegge l’Italia, o almeno il Nordest, dall’incursione della PSA.
Abbiamo tre diversi cicli epidemiologici della PSA in Europa:
- quello dei suini allevati («detenuti») allo stato brado in Sardegna (genotipo I)
- quello dei cinghiali («suini selvatici») nella gran parte degli Stati della UE (Polonia, Paesi Baltici, Germania, Italia, etc.) (genotipo II)
- quello dei Suini allevati («detenuti») nelle aziende di tipo familiare con bassa biosicurezza in alcuni paesi delle Europa dell’est e in Romania (genotipo II)
Gli allevamenti intensivi in UE, per utilizzare un’espressione metaforica, possono essere considerati “vittime” della PSA, nel senso che non sono essi a causare il perpetuarsi della malattia, perché in generale giocano un ruolo epidemiologico secondario. È vero che a Pavia si è registrato un cluster di nove focolai, ma questa rimane un’eccezione. Gli allevamenti intensivi non sono i principali veicoli della PSA, né ne facilitano la trasmissione, principalmente perché praticano una prevenzione più rigorosa (biosicurezza) e in questi allevamenti si riescono ad attuare più efficacemente le misure di controllo previste dalle normative (stamping-out). Al contrario, gli allevamenti familiari e quelli tradizionali, come i bradi o i semibradi, presentano maggiori problemi. Questa è una realtà con cui mi sono confrontato personalmente in Sardegna.
Dal punto di vista epidemiologico, il genotipo II della PSA in Europa, diverso da quello sardo, ha mostrato una letalità molto elevata, soprattutto nelle fasi iniziali, pur essendo mediamente contagioso. Per fare un paragone, il Covid-19 si è diffuso in Italia in 2-3 mesi, mentre sono passati più di due anni e mezzo dall’arrivo della PSA in Piemonte e Liguria, senza che tutta l’Italia ne fosse contagiata. Questo dimostra che la malattia non è estremamente contagiosa, è “mediamente contagiosa”. Abbiamo anche già parlato del limitato ruolo dei suini sopravvissuti. È importante considerare gli aspetti legati alla stagionalità della malattia in Italia, che potrebbero riservare sviluppi interessanti su cui intendo discutere ulteriormente.


La diffusione della PSA avviene principalmente attraverso la continuità territoriale tra le popolazioni di cinghiali, che possono entrare in contatto diretto o indiretto tra loro, favorendo così la trasmissione. Questa continuità può portare a una diffusione della malattia da 10 a 40 km all’anno, a seconda delle circostanze. Durante l’onda epidemica c’è la trasmissione diretta da capo a capo. Passata questa, il virus tende a diventare endemico. Nella fase endemica, la trasmissione avviene soprattutto in modo indiretto, a causa delle carcasse infette e dell’ambiente contaminato. La zona infetta si espande gradualmente, come già accennato, di 10-40 km all’anno, dipende dalle situazioni. Il rischio di dispersione del virus è massimo durante la fase epidemica nei cinghiali, e attualmente ci troviamo in questa fase critica in aree come Parma, Piacenza e Pavia. Chi può intendere intenda: ci troviamo in un momento di elevato rischio.


Questo è il libro tra i cui autori figura Vittorio Guberti [Guberti, V., Khomenko, S., Masiulis, M., & Kerba, S. (2019). African Swine Fever in Wild Boar: Ecology and Biosecurity (Manual No. 22). Food and Agriculture Organization of the United Nations (FAO) Animal Production and Health], e la figura rappresenta un esempio di evoluzione della PSA “standard”, ipotetica.. Nei mesi immediatamente successivi alla sua apparizione, il virus è difficile da rilevare inizialmente perché il numero di carcasse infette è molto basso. Senza una sorveglianza adeguata, possono trascorrere diversi mesi prima che il virus venga identificato. Questo è ciò che è accaduto in Piemonte e Liguria nel 2021, dove la malattia è stata identificata solo all’inizio del 2022, sebbene, molto probabilmente, fosse già presente nell’estate del 2021. L’intervento tardivo di 5-6 mesi ha scatenato una fase epidemica, evolvendosi successivamente in endemia.

Come si presenta oggi la situazione? Attualmente, ci troviamo in piena fase epidemica nelle aree periferiche della zona infetta, come Piacenza, Parma o Pavia, mentre nelle zone inizialmente colpite, in particolare a nord di Genova, la situazione è diventata endemica. È proprio a nord di Genova, a circa 20-25 km, che si ritiene sia arrivata la PSA. Calcoli successivi hanno suggerito che, data la rapidità di espansione, potrebbe essere possibile risalire al punto esatto di ingresso della malattia, stimando i mesi trascorsi da tale evento.
Queste valutazioni sono state effettuate dal gruppo di Vittorio Guberti. Come contrastare la tendenza della PSA a diventare endemica nei cinghiali? Io qui sintetizzo il modello belga. Vittorio, il cui contributo è stato fondamentale, potrà integrare o contraddirmi.
Stiamo discutendo della Vallonia, situata nella parte meridionale del Belgio, ai confini con il Lussemburgo e la Francia. È stata attuata una rapida identificazione dell’infezione mediante sorveglianza passiva e una corretta delimitazione della zona. Si è proceduto all’interruzione di ogni attività potenzialmente disturbante, inclusa la caccia, per prevenire un aumento degli spostamenti dei cinghiali. Inoltre, sono state ridotte le movimentazioni delle persone e sono state effettuate operazioni di disinfezione, tra le altre misure.
Facciamo una pausa e identifichiamo la zona infetta, fermando ogni attività: è stato imposto il divieto di passeggiare e di raccogliere funghi. Accesso consentito esclusivamente al personale delle pubbliche amministrazioni coinvolte nella gestione dell’emergenza e agli agricoltori i cui campi si trovano nell’area interessata.
La ricerca e la rimozione delle carcasse sono state azioni cruciali, così come l’adozione rapida di misure preventive, quali la costruzione di recinzioni per separare le diverse sottopopolazioni di cinghiali e la segregazione degli habitat, a contrasto con la continuità degli stessi. La continuità degli habitat facilita la diffusione dell’infezione, mentre la segregazione la rallenta o addirittura interrompe. La segregazione può comportare l’installazione di recinzioni, ma può anche derivare dalla presenza di aree altamente urbanizzate, come nella Pianura Padana vicino all’Autostrada del Sole. È probabile che in queste aree la PSA incontrerebbe maggiori difficoltà a diffondersi rispetto alle zone dell’Appennino Parmense. Dovrebbe essere una politica prioritaria l’utilizzo intelligente delle recinzioni, ove possibile, per incrementare ulteriormente la segregazione degli habitat. In Belgio, al termine dell’onda epidemica, si è poi proceduto all’abbattimento massivo dei cinghiali sopravvissuti.




In Belgio, si è ricorso all’uso dell’esercito e di tiratori scelti, oltre che delle forze di polizia che operavano di notte, equipaggiati con visori notturni e altri dispositivi simili. Queste azioni hanno portato all’eliminazione quasi totale della popolazione in una piccola area, colpita da un’epidemia, estesa per alcune centinaia di chilometri, adeguatamente recintata. In queste circostanze, si è riusciti a eradicare la peste. Perché, allora, in Italia non ci troviamo in una situazione simile oggi? La realtà è che ci troviamo in una condizione molto diversa e decisamente più critica, aggravata anche dalla situazione orografica del territorio, che rende molto più complessa l’implementazione di tali misure. Quali conseguenze ci saranno se non si adottano tempestivamente le misure di contrasto necessarie e la malattia si diffonde diventando endemica? La sua eradicazione diventerebbe estremamente problematica. Questa è la situazione attuale a Parma, Vicenza, Pavia e Alessandria, Alessandria, Asti, Genova, Savona, La Spezia, e anche Cuneo è interessata.
Per affrontare questo problema, è essenziale disporre di una conoscenza dettagliata delle dinamiche di popolazione e di numerosi parametri epidemiologici della malattia, al fine di identificare le misure più opportune, quali recinzioni e abbattimenti mirati, area per area. È cruciale comprendere l’evoluzione della malattia in una determinata zona, poiché la sua persistenza, indicata dal valore R=1, rappresenta una sfida. Attualmente, a nord di Genova, il valore R è di circa 1. Ridurre questo valore a 0,9 o 0,8 sarebbe un successo notevole, segnale di un’inversione di tendenza verso l’eradicazione della malattia. Tuttavia, questo obiettivo richiede una complessa interazione di molteplici variabili, incluse le dinamiche di popolazione e la diffusione del virus a seguito dei movimenti umani e animali, che sono spesso difficili da individuare con precisione.
Sono convinto che gli abbattimenti generalizzati in un’area infetta, effettuati senza attendere la fine del picco epidemico e senza prevenire la dispersione dei cinghiali, possano invece facilitare la diffusione geografica della malattia, senza portare alla sua eradicazione. A Piacenza e Parma, vi è grande preoccupazione e molti vorrebbero intervenire con abbattimenti, sperando in tal modo di eradicare la malattia. Tuttavia, l’esperienza suggerisce che questa strategia potrebbe non essere efficace. Pertanto, è fondamentale procedere con una raccolta accurata e sistematica dei dati epidemiologici, basandosi su una sorveglianza passiva meticolosa che significa andare a cercare carcasse infette: è un’attività molto snervante e costosa. Tuttavia, rappresenta l’unico metodo efficace per tracciare la diffusione di una malattia, comprendendo come questa si stia spostando e identificandone il miglior approccio di contrasto. Successivamente, è essenziale sviluppare modelli matematici, che sono diventati strumenti indispensabili per analizzare l’evoluzione della malattia e valutare il potenziale impatto delle misure di contenimento e di eradicazione. Ma il presupposto è una sorveglianza accurata. Ciò che è certo è che, oggi, la situazione in Italia, e in particolare nel nord ovest, è estremamente complessa, e questa è la cruda realtà.


La PSA è soggetta a regolamentazioni dettagliate da parte dell’Unione Europea. Queste normative, per fortuna, incontrano meno resistenza rispetto al passato, ma c’è ancora chi considera che alla Commissione Europea siano fuori di senno. Tuttavia, a Bruxelles sono consapevoli della situazione e cercano di agire con prudenza, adottando certe misure con discernimento. È vero, si può sempre peccare di eccessiva rigidità, ma non dobbiamo dimenticare che l’obiettivo è innanzitutto proteggere il 90% dei suini europei. Esistono regole molto precise che devono essere rispettate. Gli Stati membri hanno il compito di garantirne un’attuazione corretta e appropriata. Le regole rigorose e dettagliate dell’UE, per quanto possano risultare sgradevoli e gravose, hanno dimostrato di essere estremamente efficaci nel contenere e eradicare la peste suina africana tra i suini domestici. Queste regole non sono emerse dal nulla ma sono il frutto di esperienze drammatiche.

Vi ricordo che la peste suina classica, in diversi aspetti simile alla peste suina africana, negli anni 1997-1998 causò un’epidemia devastante in Olanda, Germania, Belgio e Spagna. Ci furono anche piccoli focolai in Italia. Quest’epidemia comportò l’abbattimento di 12 milioni di suini – un numero impressionante se si considera che i 40.000 abbattuti in provincia di Pavia sembrano insignificanti in confronto. Questo episodio riguardava la peste classica, ma l’africana si è dimostrata altrettanto grave. Tuttavia, grazie a queste esperienze, la legislazione dell’Unione Europea è oggi riconosciuta come efficace per la gestione del problema nei suini domestici. Il problema principale riguarda i cinghiali, per i quali non esiste ancora una “terapia” universale per eradicare la PSA. Nei suini domestici i risultati sono tangibili, ma per i cinghiali la situazione è differente, richiedendo regole più flessibili e misure ad hoc basate su una conoscenza dettagliata della situazione epidemiologica. Spesso, inoltre, le misure necessarie per contenere la peste africana sono impopolari.


Affrontare l’opposizione, ad esempio, di un sindaco di un piccolo paese di montagna, che evidenzia come tali restrizioni danneggino l’economia locale basata su attività come l’ospitalità e l’agricoltura di sussistenza, è una decisione difficile ma può essere necessaria per prevenire ulteriori diffusione della malattia. La politica spesso esita ad adottare misure impopolari, anche perché i risultati non sono immediatamente visibili. Ma senza azioni decisive, il rischio è quello di compromettere interi settori economici. Nel caso dell’Italia, ad esempio, un’epidemia incontrollata di peste suina africana potrebbe devastare l’industria suinicola, un settore da 9 miliardi di euro, di cui 2 miliardi derivanti dall’export, mettendo a rischio decine di migliaia di posti di lavoro tra allevatori, macellai e addetti all’industria di trasformazione. La questione che si pone è se siamo pronti a sopportare un tale impatto.

Nessuno gradisce opporsi a un sindaco che afferma: “Questo è solo un modesto villaggio di montagna. Disponiamo di due locande e quattro ristoranti, i quali hanno il privilegio di accogliere persone che vengono a trascorrere le loro gite domenicali. Questo, fortunatamente, anima un po’ il paese, mantenendolo vitale, e genera una certa attività economica per questi, tra virgolette, ‘poveri montanari’ che si sostengono, beh, con le castagne, raccogliendo legna o simili attività. E tu vuoi fermare mettere tutto questo?.” È una misura impopolare, e bisogna accettare che il rischio è quello di una maggiore diffusione della malattia. Le persone, così come la classe politica, sono restie ad adottare decisioni impopolari e controverse, soprattutto quando l’efficacia non è immediatamente visibile. Si potrebbe dire: “Va bene, interrompo queste attività, impedendo a questo ristorante immerso nella foresta di operare, ma almeno otterrò un risultato, posso affermare ‘Guarda, in 3 mesi il problema sarà risolto.’” Purtroppo, non è così che funziona. Quindi, cosa dovremmo fare se evitiamo di prendere misure impopolari? Qual è l’alternativa? L’alternativa è che, nel contesto italiano, la peste suina africana possa devastare un intero settore. Spero di aver fornito dati accurati. Stiamo parlando di 9 miliardi di euro, di cui 2 miliardi derivanti dall’export, cifre non trascurabili. Decine di migliaia di lavoratori, tra allevatori e macellai, oltre agli addetti nell’industria di trasformazione, si troverebbero in seria difficoltà. Siamo davvero in grado di affrontare una situazione simile? Non ne sono sicuro.
Parte IV L’eradicazione dalla Sardegna
Adesso vi parlerò della eradicazione della PSA in Sardegna, cercando di essere sintetico, benché la storia sia complessa. Vittorio Guberti mi interromperebbe subito: “Eh, sì, cerchiamo di essere brevi, ma in realtà dobbiamo partire dal 2015, anzi, dal 2014”. Silvio Borrello aggiungerebbe: “Dovremmo fare un passo indietro perché, in effetti, la vicenda ha origine nel 2014.” Forse la “colpa” era sua, non saprei, dato che fu il ministro Lorenzin a venire in Sardegna quell’anno. Ma perché il ministro Lorenzin visitò la Sardegna nel 2014, proprio quando la giunta guidata da Francesco Pigliaru si era appena insediata? Lorenzin fu categorica: ‘O cambiate approccio, o nominerò un commissario speciale per la Sardegna. Non è più accettabile, di fronte a una situazione europea sempre più tesa, che la Sardegna ignori la situazione. Perché ai politici non piace affrontare un tema così complesso e impopolare?’
E così, dopo varie discussioni, Lorenzin minacciò: ‘O cambiate metodo, o nominerò un commissario.’ Detto tra noi, un commissario governativo non avrebbe risolto nulla, anche se, devo ammettere, la minaccia ha sortito l’effetto desiderato. Non so se Silvio sia d’accordo, ma la minaccia ha effettivamente funzionato. Perché? Perché la Regione ha reagito in modo inaspettato, formando un’unità di progetto che, dal 2015 a oggi, ha ottenuto risultati sorprendentemente positivi. E uso il termine ‘sorprendentemente’ perché hanno superato le mie stesse aspettative. Come responsabile scientifico del programma per cinque anni, ero convinto che, seguendo certe direttive, avremmo raggiunto gli obiettivi prefissati. In effetti, i risultati sono stati ancora migliori di quanto previsto, con risultati eccezionalmente positivi. Non abbiamo rilevato alcun caso del virus della PSA genotipo I negli ultimi cinque anni, precisamente dall’8 aprile 2019, data in cui furono trovate le ultime due carcasse di cinghiale infette. Da allora, non ci sono stati ulteriori casi clinici di PSA, né animali morti a causa di essa, né tracce del virus in generale.

Si sono trovati, come era prevedibile, solamente animali sieropositivi che, tuttavia, hanno avuto solo la conseguenza di prolungare “artificialmente” lo status della Sardegna come territorio non indenne dalla peste suina africana. La caratteristica distintiva della Sardegna, oltre alle due popolazioni principali di cinghiali e suini domestici prevalentemente in aziende di tipo familiare, erano questi bradi illegali. Questa piccola popolazione di animali bradi illegali costituiva il vero serbatoio della peste suina africana. Sembra incredibile, ma abbiamo mantenuto la peste suina africana in Sardegna per 40 anni a causa della mancata adozione delle misure necessarie contro questi 6-7.000 capi, un numero che qualsiasi allevatore considererebbe ridicolo, domandandosi: “Perché non l’avete fatto prima?”. Eppure, la situazione è questa.
Un altro aspetto che ho sempre osservato riguarda l’epidemia nei cinghiali, i quali non hanno rappresentato un serbatoio significativo del virus, a differenza dei bradi, come dimostrato dalla situazione attuale. L’epidemie nei cinghiali verificatesi in Sardegna, in realtà erano limitatei a poche centinaia di chilometri e non ai 12.000 km di oggi in regioni come Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia-Romagna, ma anche la Toscana. Importante era la stagionalità della malattia, che in Sardegna mostrava un chiaro declino estivo anche tra i cinghiali. Inoltre, in Sardegna si è osservata una letalità che varia da elevata a media; probabilmente, almeno nelle popolazioni di maiali bradi, si era stabilito un maggior equilibrio tra questa popolazione e il virus, dato il grande numero di sieropositivi trovati.
È importante notare che non avevamo dati quantitativi concreti sulla PSA tra i bradi fino a che non sono stati abbattuti. Solo allora abbiamo avuto conferme dirette che i bradi rappresentavano il problema principale, molto più significativo dei cinghiali, come dimostrato dai sopravvissuti sieropositivi frequenti, sebbene il loro ruolo epidemiologico fosse limitato. Questo ci ha fornito un barlume di incoraggiamento: il problema sardo, sebbene sembrasse irrisolvibile, aveva finalmente iniziato a mostrare una via d’uscita.


Credetemi, io stesso, pur avendo il dovere di essere il più ottimista di tutti, all’inizio del programma di eradicazione ritenevo di avere solo il 50% di possibilità di successo. Tuttavia, in molti erano convinti che le nostre probabilità di farcela fossero praticamente nulle, data la serie di fallimenti precedenti. Questo pessimismo era comprensibile, ma siamo riusciti a superare le difficoltà. Ora, permettetemi di fare un passo indietro e parlare della Sardegna, terra di profonde tradizioni e di progressi significativi. Arborea, ad esempio, rappresenta una delle realtà più importanti nel settore lattiero-caseario a livello nazionale, essendo la più rilevante del Centro-Sud Italia. La sua importanza è riconosciuta anche su scala nazionale, tanto che ha acquisito impianti in Toscana e in Trentino, un motivo di orgoglio per noi sardi. Ma la Sardegna è anche ricca di tradizioni agro-pastorali, come potete vedere dalle immagini sulla destra della diapositiva.


In questo contesto, la chiave di ciò che si è fatto in Sardegna è l’impegno e la leadership delle autorità politiche. Dopo una severa reprimenda da parte del ministero, la Sardegna ha reagito con orgoglio. Abbiamo trovato in Francesco Pigliaru, il Presidente della Regione, una figura simile a Cavour, che ha saputo unire le forze migliori per affrontare e superare le sfide, garantendo il suo pieno supporto. Non ci siamo tirati indietro, abbiamo preso l’iniziativa e abbiamo agito. È stata organizzata un’unità di progetto, che includeva me e il dottor Silvio Borrello, oltre al dottor Vittorio Guberti, parte del gruppo di esperti. Tutti hanno fornito un contributo significativo.

Sotto la guida di Pigliaru, abbiamo eliminato i “silos” all’interno dell’amministrazione regionale: prima si lavorava in modo compartimentato. Abbiamo creato una struttura di coordinamento orizzontale. Il direttore generale della Presidenza, braccio destro di Pigliaru, ha assunto la leadership del progetto. La sua interlocuzione con sindaci, prefetti e allevatori era diretta e supportata dal presidente, grazie alla fiducia e all’importante responsabilità che gli era stata conferita.

Abbiamo anche cooperato con le autorità centrali, ottenendo il loro supporto per risolvere alcuni problemi critici. Silvio Borello ne è testimone. Inoltre, abbiamo realizzato un riallineamento unico dei servizi veterinari locali, unificando le otto ASL presenti.


È stato individuato un collega competente e serio che si è impegnato, adottando un approccio uniforme in tutta la Sardegna, evitando di creare otto repubbliche indipendenti in cui ognuno agisce autonomamente. Abbiamo formato un team aggiuntivo di 12 ‘giovani’ veterinari, mettendoli in condizione di operare efficacemente; ciò ha permesso di proteggere i veterinari locali da possibili intimidazioni, inclusi tagli alle gomme o peggio, e di prevenire che alcuni veterinari, troppo “inseriti” in certi ambienti, rifiutassero di accettare le nuove direttive che stavamo promuovendo.
Il ruolo dell’Unità di Progetto è stato chiaramente riconosciuto come portatore di un vento di novità. Non entrerò nei dettagli della strategia specifica o della comunicazione, ma è fondamentale sottolineare come abbiamo evitato situazioni critiche, anche grazie al supporto di un giornalista competente che ci ha seguito durante l’intero processo di eradicazione, contribuendo a marginalizzare l’opposizione alle nostre azioni. Abbiamo adottato un approccio coerente e ottenuto risultati concreti, guadagnando l’apprezzamento per aver portato ordine in un settore precedentemente caotico, in particolare nel contesto degli allevamenti, distinguendo gli allevatori legali da quelli non conformi. Abbiamo promosso l’uso della lingua sarda e applicato un sistema di incentivi e sanzioni, premiando le pratiche corrette e penalizzando quelle scorrette. Questa gestione ha conferito al gruppo una credibilità, autorità e leadership senza precedenti. Mettendo in primo piano l’obiettivo dell’eradicazione, abbiamo dimostrato una determinazione unica nel raggiungere il nostro scopo ovvero l’eradicazione del virus, esercitando una leadership efficace


Siamo riusciti a esprimere un’autorità notevole sia da un punto di vista gestionale che tecnico-scientifico . Abbiamo identificato nei suini bradi il problema principale, senza preoccuparci eccessivamente dei cinghiali, almeno fino alla risoluzione della questione dei bradi. Vittorio Guberti spesso mi rimproverava: “Perché venite da me a lamentarvi dei cinghiali, se non avete risolto il problema dei bradi, che è chiaramente anche di natura socio-culturale? Essendo appunto esperto di cinghiali, non sono la persona adatta a questo compito”


Vorrei sottolineare l’importanza della stagionalità, che a mio avviso ha giocato un ruolo significativo e potrebbe essere rilevante anche per gli attuali sviluppi in Italia.
Abbiamo proceduto al depopolamento dei maiali bradi: il problema maggiore si concentrava in particolare ad Orgosolo, che ha una reputazione terribile. In realtà, Orgosolo è anche un paese di molte persone civili e serie. Il problema risiedeva nel fatto che, per tradizione, nel solo territorio di Orgosolo vi erano tra i 1500 e i 2000 bradi illegali, con una densità di 30-40 esemplari per km quadrato, ovvero 5-10 volte superiore alla densità attuale dei cinghiali in Piemonte, Liguria…
Voglio raccontarvi un aneddoto. Nel 2018, ho organizzato un convegno internazionale sulla PSA in aprile, periodo in cui i dati suggerivano che eravamo sulla giusta strada. Ho portato circa 50 persone in pullman nel nuorese, per un pasto in un ristorante situato in una zona suggestiva, vicino a un lago, in una foresta, dove i maiali bradi erano ormai stati molto ridotti di numero. Durante il pranzo, il proprietario del ristorante ci ha notati, eravamo un tavolo molto particolare. Eravamo persone di 30 nazionalità diverse e, essendo io l’organizzatore e colui che pagava, mi chiese chi fossimo. Gli risposi: “Siamo coloro che hanno partecipato al convegno internazionale sulla PSA a Cagliari.” E lui “Ah, siete voi! Finalmente vi siete dati una mossa in Regione, perché non ne potevamo più di tutti questi bradi” Tra noi c’era anche la collega Simona Forcella della Commissione , testimone di questi fatti. Le dissi:
“Simona, vieni qua. Ascolta le parole di questo signore per capire se stavolta stiamo agendo correttamente.” Il proprietario del ristorante ha ribadito che, a Orgosolo ‘l’80% del paese è con voi, il 20% no.’” Nonostante le misure impopolari adottate, abbiamo mantenuto la nostra credibilità perché agivamo senza favoritismi. “Sei cugino del consigliere regionale? Ci dispiace, il consigliere vada dal Presidente a protestare, non è colpa nostra. Abbiamo chiarito in tutte le lingue che avrebbe dovuto regolarizzare i suoi animali, ma non l’ha fatto. Ora, si trova di fronte all’abbattimento degli animali. E deve accettarlo.” E così siamo diventati credibili. La situazione era questa: alla fine, la maggior parte degli animali (5mila) è stata abbattuta in solo nove comuni ; oltre 1500 bradi nel territorio di Orgosolo. Alla fine del 2020, stimavamo che non rimanessero più di 200-300 animali.

Guardate inoltre cosa accadeva anche in Sardegna: un forte declino stagionale della PSA nei cinghiali. Le carcasse positive alla PSA mostrava un picco in marzo, che poi declinava fino a scomparire tra aprile e luglio, con una leggera ripresa in ottobre o, novembre, e un nuovo incremento in gennaio, febbraio, marzo.

Nei suini domestici si osservava lo stesso andamento, ma sfasato di uno o due mesi, indicando che i cinghiali erano la fonte dei focolai nei suini domestici. In entrambi i casi, si evidenziava un chiaro andamento stagionale e un marcato declino estivo.

Alla fine, dopo aver raccolto questi dati, iniziavo a diffondere queste informazioni, sottolineando l’insolita situazione. Spiegavo: “Il rischio di trasmissione della PSA è massimo tra gennaio e marzo, a causa delle condizioni invernali che favoriscono la persistenza del virus, ma anche a causa della caccia, che in Sardegna si svolge dal primo di novembre al 31 di gennaio, periodo durante il quale il virus può diffondersi tramite i residui dei cinghiali cacciati, contaminando l’ambiente.”
Ero consapevole che forse non bastava un solo anno di questo andamento per eradicare la malattia, ma le condizioni estive erano decisamente avverse per il virus. Nei cinghiali (non nei maiali al pascolo, dove il virus evidentemente persisteva per tutto l’anno) in queste condizioni il virus scompariva.

Mi ero esposto nel luglio 2020, affermando: “Per me, la PSA è praticamente sconfitta, l’estate darà il colpo di grazia.” Nel 2021 ho dichiarato apertamente: “Per me, la peste suina africana è stata eradicata.” Questa affermazione ha suscitato perplessità, ma ho insistito sulla sua eradicazione. È complicato affermare scientificamente che qualcosa non si verificherà, ma nessuno ha mai potuto confutare le mie conclusioni. Dopo aprile 2019, anche il numero di casi di sieropositività sia nei cinghiali sia nei suini domestici è drasticamente diminuito, segno che il virus e la malattia erano ormai assenti. Questo è un dato non trascurabile, perché trovare un animale sieropositivo non equivale a trovarne uno con il virus attivo. l maiale virus positivo corrisponde a presenza della malattia secondo i postulati di Koch, il maiale sieropositivo dice: “È probabile, molto probabile che la malattia questo animale ce l’abbia avuta in passato, ma non ce l’ha più oggi.”
In Sardegna si è riusciti, fortunatamente, anche a fronteggiare efficacemente un’incursione della PSA di genotipo 2, proveniente, ve lo ricorderete, da Pavia.

Ad agosto e settembre del 2023, si è verificato un cluster di nove focolai della malattia da genotipo II in allevamenti commerciali della provincia di Pavia. In Sardegna questo virus è stato rilevato vicino alla zona più difficile , ma fortunatamente in un piccolo allevamento con solo sei o sette maiali. Il proprietario, un macellaio, affermava di dare gli avanzi della macelleria ai cani, non rendendosi conto che accanto ai cani c’erano sei o sette maiali, i quali hanno contratto la peste.
Fortunatamente, la malattia è stata scoperta in tempo ed è stata eradicata. L’eradicazione del virus del genotipo II della PSA è stata pienamente riconosciuta dalla Commissione Europea.
In sintesi, come indicato nella slide, la strategia che ha avuto successo in Sardegna si è basata su due pilastri fondamentali: la legislazione e la conoscenza scientifica, che devono procedere di pari passo. A queste si aggiungono incentivi, risorse, organizzazione, informazione, formazione, comunicazione, competenza e responsabilità, elementi che devono confluire in azioni efficaci a livello locale.

Infatti, le strategie restano solo belle parole se non si concretizzano in azioni efficaci sul territorio. E in Sardegna, per fortuna, siamo stati capaci di agire concretamente, grazie anche a coloro che si sono alzati alle due di notte per condurre operazioni quasi militari volte all’abbattimento dei suini bradi infetti.
Quanto alla situazione attuale, purtroppo le cose non stanno andando così bene: nonostante dal punto di vista scientifico sia ormai chiaro a tutti che i bradi illegali siano il problema, tranne a chi sceglie di essere intellettualmente disonesto: da un anno e mezzo, per una scelta politica, non si procede più all’abbattimento dei suini bradi illegali.

Con il cambio di governo regionale, ci si augura che la situazione possa migliorare. Durante il periodo elettorale, è emerso che, rispetto ai 7-800 allevatori legali, i 100-150 allevatori illegali hanno avuto un peso maggiore nelle decisioni politiche, nonostante le restrizioni imposte a tutti. Speriamo che le cose cambino nelle prossime settimane o mesi.
Parte V: la situazione in Italia
Oggi, l’Italia, insieme alla Polonia, presenta la situazione peggiore in Europa per quanto concerne questa malattia. “

Questi sono i dati del 2024, fino al 27 di febbraio, vedete che siamo peggio della Polonia, solo che la Polonia ha un territorio infetto, una zona infetta enorme, invece l’Italia, la gran parte è concentrata dove sapete tutti: Liguria, Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna.
Guardiamo la cartina. Questa è la situazione, in queste quattro situazioni in Italia sono avvenute due o forse tre diverse introduzioni di virus.

A Roma, forse ci sono state due introduzioni distinte, non si sa. La situazione in Calabria, se non sbaglio, è correlata a Roma, a una delle due introduzioni romane. La situazione in Campania è simile a quella della Calabria dovuta però al virus precedentemente presente in Piemonte, Liguria. Cosa lo ha portato?Probabilmente carne infetta. Come?, più difficile dirlo. La Sardegna è una storia a parte. Quello che è sicuro è che la gran parte di quei 291 focolai che vi ho fatto vedere prima, sono al nord-ovest, mentre sono molti di meno i focolai fuori dal nord-ovest. Vi sto parlando dei primi due mesi di quest’anno, per cui è la situazione attuale. Insomma, cosa sta succedendo?
Sta succedendo che, in tutte queste zone qua, la malattia è in fase epidemica. Ok, Parma, Piacenza, Piacenza, Pavia, Pavia, nel nord di Pavia dove c’è il Ticino, e poi la zona di Asti.

Come mai si è fermata qui, in direzione Ovest e in direzione sudovest? Fate conto che, non lontano da qua, più o meno, qui c’è la Francia. I francesi hanno paura. Com’è che si riusciti a fermare la malattia che andava vero il confine? Io a questo non ho una risposta. Forse ce l’ha Vittorio, quando ha scritto nel recente documento degli esperti che probabilmente lì si è riusciti ad abbattere molti cinghiali in zona di restrizione 1. Questa slide mostra la situazione di circa un anno fa, quando la zona infetta era molto più piccola .
Questi sono gli allevamenti dei suini domestici commerciali in Italia, con un’elevatissima concentrazione a Cuneo, a Lodi, a Cremona, a Mantova, a Brescia.
In Emilia Romagna sono perlopiù a Reggio e a Modena, più che a Parma o a Piacenza, dove pure ce n’è.

La peste suina africana, in questo momento, è arrivata fin qua. Guardiamo ora l’andamento stagionale, questi sono dati recenti. Guardate quanto è declinata la malattia in estate, sia dopo il primo anno che dopo il secondo anno di epidemia. Cosa c’è di diverso rispetto alla Sardegna è che, ogni anno, dopo la pausa estiva, nel nordovest italiano, la situazione è peggiorata. Cioè non è migliorato, come succede in Sardegna, dove, a poco a poco, la malattia dei cinghiali, dopo 1, 2, o 3 anni di declino estivo, si tende ad andare verso l’eradicazione; qui invece anno dopo anno la situazione è peggiorata.


Esaminando la situazione negli ultimi mesi, da novembre ad oggi, si nota che i casi sono concentrati prevalentemente nel nordovest italiano. Ciò che risulta interessante è che, a Roma, nel Lazio, così come in Campania e in Calabria, la malattia sembra – e sottolineo sembra – seguire un andamento stagionale simile a quello osservato in Sardegna. Questo potrebbe rappresentare una notizia positiva. Per cui, nonostante stia condividendo alcune informazioni preoccupanti, vi sono anche spunti incoraggianti. Perché? Il declino estivo è notevolmente più accentuato nel Lazio, in Campania e in Calabria rispetto al nordovest, dove comunque si verifica un fenomeno analogo. In molti paesi del nord Europa non si osserva un analogo calo estivo così evidente. Il declino estivo potrebbe favorire l’eradicazione della PSA nei cinghiali nel Centro-Sud, così come è successo in Sardegna. È una speranza che necessita di conferme attraverso un’attenta analisi dei dati. È fondamentale verificare l’affidabilità della sorveglianza, intensificarla e accertarsi se questa tendenza al declino estivo tra i cinghiali, se confermata, possa risultare benefica anche per il centro-nord e, in particolare, per il nordovest. Questi sono gli aspetti positivi. Sappiamo che il virus è meno resistente nell’ambiente durante i mesi estivi, il che comporta una minore trasmissione. Questo fenomeno si osserva soprattutto alla fine dell’estate. È importante notare che per analizzare questi dati è necessario retrocedere di circa un mese, periodo che comprende il ritrovamento delle carcasse, l’incubazione della malattia, la morte degli animali e infine il ritrovamento delle carcasse. Pertanto, se osserviamo un calo della malattia in agosto, è probabile che il calo del contagio sia avvenuto già in luglio.
Tuttavia, per ragioni ancora in parte inspiegabili, nei suini domestici si verifica l’opposto, guardate la slide. Ad esempio, in Europa, ed anche in Italia si è notato un marcato picco estivo di incidenza. È importante prestare attenzione a quello che succederà in Italia durante l’estate del 2024, poiché, data la diffusione del virus tra i cinghiali, i suini domestici potrebbero essere particolarmente a rischio.

La questione della causa del marcato picco estivo nei suini domestici, ben consolidato in Europa e osservato anche in Italia, ad esempio in provincia di Pavia dove i focolai sono stati registrati in agosto e settembre, rimane aperta. Personalmente, ho una teoria: gli insetti vettori meccanici.

Non ci riferiamo agli insetti vettori biologici, ma piuttosto alla mia ipotesi presentata nel 2016 sulla correlazione tra la stagione degli insetti e la peste suina africana in Russia, simile alla Blue tongue in Sardegna, una malattia dei ruminanti trasmessa da insetti vettori biologici.
Emergono sempre più evidenze che gli insetti possano agire come vettori meccanici, in particolare studi provenienti da Romania e Lituania. Tuttavia, non siamo ancora in grado di quantificare l’importanza di questo rischio per l’Italia.
Ma se fossi un allevatore in un’area con molte zanzare, ad esempio in provincia di Pavia o in altre zone della Pianura Padana a rischio elevato, installerei delle zanzariere nel mio allevamento. È opportuno ricordare che malattie come la West Nile Fever, una zoonosi trasmessa tramite zanzare con gli uccelli come serbatoio principale, rappresentano un rischio significativo, proprio nella Pianura Padana.

Invito quindi alla prudenza. Non posso affermarlo con certezza, ma temo che gli insetti possano giocare un ruolo importante nell’epidemia.
Passiamo ora al piano in vigore per ridurre il numero di cinghiali. Nelle mie slide, esprimo dubbi sul presupposto teorico del piano che prevede l’abbattimento del 70-80% dei cinghiali ogni anno per 3-4 anni. I dati suggeriscono che l’obiettivo del piano è piuttosto modesto, prevedendo l’eliminazione di 612.000 capi, di cui 160.000 tramite trappole. Sono scettico sulla fattibilità di catturare 160.000 cinghiali annualmente con le trappole e sul successo delle attività di depopolamento nelle zone infette per eradicare la PSA.



Qui si discute di depopolamento dei cinghiali. Che cosa significa? Significa procedere a una bonifica delle aree infestate e, francamente, nutro molti dubbi a riguardo. Nessuno è mai riuscito a ottenere risultati positivi con questo metodo; anzi, abbiamo prove del contrario: gli abbattimenti indiscriminati e generalizzati non conducono all’eliminazione della malattia, bensì possono favorirne una ulteriore diffusione geografica.

Parlando di insetti come vettori meccanici, credo di aver già detto tutto. Tuttavia, devo esprimere il mio rispetto per gli esperti del gruppo operativo e, pertanto, mi allineo alla loro attuale posizione, che afferma: l’eradicazione è improbabile, ma è ancora possibile arrestarne la diffusione.


Ciò è particolarmente importante all’interno di un’area delimitata da autostrade, dove, per l’Emilia Romagna, l’autostrada della Cisa gioca un ruolo cruciale nel tentativo di contenere l’espansione della PSA verso sud-est. Gli esperti propongono di effettuare abbattimenti mirati in specifiche zone adiacenti all’autostrada, sia da un lato che dall’altro, e di rafforzare le barriere stradali, considerando la presenza di tunnel e gallerie. Questo perché i cinghiali possono passare sotto i viadotti o spostarsi sopra le gallerie. Di conseguenza, sarebbe necessario rinforzare queste strutture, un intervento che avrebbe dovuto essere già realizzato.

Invito gli esperti ad approfondire due ulteriori aspetti specifici: la questione della stagionalità e il ruolo degli insetti. Le osservazioni attuali offrono indicazioni utili, come il fatto che un clima più caldo nel sud Italia possa favorire l’eliminazione della peste suina africana nei cinghiali, come accaduto in Sardegna. È necessario investigare anche il fenomeno del picco epidemico estivo nei domestici, nella speranza che non si verifichi nella prossima estate, sebbene io tema che ciò accadrà. Ovviamente, non è possibile prevedere l’esatto sviluppo dei focolai. Spero che siano il meno numerosi possibile e che colpiscano aree di minore importanza commerciale ed economica, ma non posso esserne certo. Infine, è fondamentale studiare più a fondo il ruolo degli insetti come vettori meccanici, quali mosche e zanzare. Nel frattempo, la biosicurezza deve essere la nostra priorità e diventare un mantra.

Speriamo che il concetto sia stato compreso, in particolare dagli allevatori, poiché la biosicurezza non si limita alla semplice installazione di una recinzione attorno all’allevamento. Essa include anche l’adozione di comportamenti adeguati e l’implementazione di corrette pratiche gestionali. Da questo punto di vista, si sta operando. È importante sottolineare che, oltre alle recinzioni, sarebbe opportuno installare anche reti anti-insetto. Le attuali regole includono l’utilizzo di reti anti-uccelli e l’attuazione di strategie per il controllo dei roditori, ma non le. Ma vorrei aggiungere che esiste maggiore evidenza scientifica sull’importanza degli insetti nella trasmissione della PSA rispetto a quelle contro topi o uccelli; se sbaglio, correggetemi.
Parte VI: la comunicazione

Anche nel campo della comunicazione si sono verificati numerosi errori. Per esempio, non ho nulla contro il dottor o professor Bassetti, ma c’è stata una occasione in cui non ha compreso una domanda, affermando erroneamente che la PSA possa essere trasmessa all’uomo. Questi lapsus possono verificarsi quando si è appena terminato una giornata di lavoro ed è facile malinterpretare una domanda e fornire una risposta imprecisa. In tali circostanze, sarebbe meglio astenersi dal commentare se non si è pienamente informati sull’argomento.
“PSA, debellata in tre anni, l’impegno del nuovo commissario”. Questo è quanto dichiarato dal commissario 13 mesi fa, al momento del suo insediamento; personalmente, avrei adottato un approccio più cauto. Se non altro perché la gestione della peste suina è estremamente complicata.La comunicazione sulla PSA ha spesso generato messaggi contraddittori “esercito sì/esercito no”, portando a una situazione complessa.
Recentemente, a Pavia, alcuni colleghi veterinari sono stati minacciati seriamente dagli animalisti, che etichettano la PSA come una truffa.

Ritornando al tema della legalità, il TAR ha confermato la legittimità di quanto fatto da parte dell’ATS di Pavia, nonostante le proteste di chi riteneva che l’abbattimento dei suini in un rifugio fosse ingiustificato.
Come molti sapranno, la morte di oltre 30 maiali su 40 di PSA avrebbe potuto essere evitata attraverso l’eutanasia, come prescritto dalle normative, ma alcuni gruppi si sono opposti, e così si è verificata la morte di molti animali a causa della malattia, un destino che non auguro a nessuno.

Molti discutono della peste suina africana senza possedere l’esperienza e le conoscenze necessarie. Ritornando al punto principale, è essenziale esprimere le realtà come sono: non si può affrontare un problema evitando di affrontarlo direttamente, tentando di addolcirlo o non esponendo la situazione nella sua autenticità. Va riconosciuto che c‘è anche chi sta facendo un lavoro serio. Personalmente, ho apprezzato l’istituto zooprofilattico di Padova, della regione Veneto, il quale sta conducendo uno studio sulla percezione del rischio tra allevatori e cacciatori per comunicare messaggi accurati.



Credo che questo sia un approccio valido perché fornisce indicazioni precise, contribuendo a creare un contesto in cui è più probabile che i messaggi corretti vengano recepiti. Questo è particolarmente importante nel caso la malattia dovesse manifestarsi nel Triveneto. Probabilmente, in tale contesto, le autorità avrebbero maggiori probabilità di essere percepite come credibili dalla popolazione, avendo contribuito a creare un ambiente informato correttamente.
Parte VII: che cosa ci riserva il futuro?

È possibile eradicare la peste suina africana nel nord Italia? No, almeno nei prossimi 5-6 anni; successivamente, è incerto, ma possiamo sicuramente agire meglio di quanto fatto fino ad ora. Al momento, infatti, ci troviamo in una situazione molto difficile, il che solleva interrogativi su ciò che ci aspetta nel 2024. Questa è una questione aperta. Spero non si riveli troppo grave; ma qual è il futuro dell’allevamento suino?

È ben noto ciò che sta accadendo in Cina: allevamenti su più piani, completamente isolati, che coprono ogni fase, dalla riproduzione alla macellazione, e in cui gli unici a uscire sono i bambini.
Quest’immagine preoccupante di migliaia di scrofe ci porta a interrogarci sullo stato attuale dei vaccini, su cui non giungono notizie particolarmente positive.

Sono personalmente coinvolto nel progetto Vacdiva; solo ieri ho ricevuto un invito per la Spagna per un convegno in cui saranno presentati gli ultimi sviluppi in propsito; ma l’esito di tutto questo lavoro rimane incerto. Esiste anche la questione dei suini geneticamente resistenti al virus. L’aspettativa intorno al vaccino è alta, con la speranza che possa offrire una soluzione definitiva. I vaccini potrebbero rivelarsi efficaci anche per i cinghiali.

Si deve considerare l’esperienza acquisita con il vaccino per la peste suina classica; certamente, il percorso è arduo. Si sono compiuti progressi significativi, ma permangono questioni riguardanti la loro sicurezza ed efficacia. Tanto è vero che l’Organizzazione Mondiale della Sanità Animale, oggi denominata WOAH , ha messo in guardia le autorità veterinarie e l’industria suinicola riguardo all’utilizzo di vaccini di qualità inferiore, utilizzando un eufemismo per descriverli. Ciò è dovuto all’uso, in Cina, di un pseudovaccino di genotipo 1 per tentare di immunizzare contro il genotipo 2, risultando in una vasta diffusione di virus in tutta la Cina, tant’è che ora lo si riscontra nelle carni conservate nei magazzini o nei frigoriferi dei negozi etnici a Padova, Bologna, Verona e Napoli, dove è stato rilevato. In effetti, non esistono soluzioni semplici; pertanto, è necessaria molta prudenza, poiché la storia offre importanti insegnamenti. Non entrerò nel dettaglio di quanto accaduto nella penisola iberica, dove l’uso di vaccini non adeguati ha ulteriormente complicato l’eradicazione della malattia negli anni ’60 e ’70.

L’ipotesi di sviluppare suini resistenti alla PSA potrebbe rappresentare un’alternativa valida. È importante notare che, in relazione alla PRRS, due aziende, una americana e una britannica, hanno presentato un dossier all’USDA, l’autorità americana, a febbraio 2024 , per valutare l’approvazione di suini geneticamente modificati attraverso la tecnologia CRISPR, con l’obiettivo di introdurli sul mercato americano. Se tali suini riusciranno a risolvere il problema della PRRS, considerata tra le malattie endemiche più temute nei suini, rimane una questione aperta. Inoltre, resta da vedere se questi suini manterranno le performance zootecniche richieste dall’industria, che desidera carni con specifiche caratteristiche. È opportuno menzionare che, nonostante una pubblicazione scientifica del 2016 affermasse la possibilità di produrre suini geneticamente modificati resistenti alla PRRS, l’impiego pratico di tale approccio si prospetta solo ora, nel 2024. Insomma, l’eliminazione della PSA nei cinghiali in Europa senza l’uso di vaccini è un obiettivo complesso. Anche in Germania, nonostante la pressione esercitata dalla Polonia, la situazione rimane critica.


In questa zona scorre un fiume, l’Oder e il Neisse che segna il confine tra i due paesi. Tuttavia, non si è riusciti a impedire ai cinghiali, che generalmente ignorano gli ostacoli fluviali, di attraversare il fiume; infatti, hanno anche attraversato il Reno. Recentemente, in Germania, la situazione è migliorata rispetto a un anno fa: la Commissione Europea, un mese fa, ha declassato molte delle regioni precedentemente in zona 2 a zona 1, applicando restrizioni molto meno severe.

Come è stato possibile? I tedeschi hanno adottato una strategia diretta, costruendo recinzioni in aree che si prestavano meglio di quelle appenniniche, caratterizzate da colline morbide e dolci. È il caso di Berlino e della zona circostante, a est della città, fino a 70 km di distanza, nel solo Brandeburgo, dove sono stati installati 2150 km di recinzioni, un investimento notevole.

All’interno di queste aree, si sono effettuati abbattimenti mirati di fauna selvatica. Grazie a queste misure, da un anno non si registrano più casi di peste suina africana nelle zone ora classificate come “azzurre”.
Prima, queste aree erano contrassegnate in rosa (come zona 2) e per circa due anni e mezzo hanno registrato la presenza endemica della malattia, che ora è stata significativamente ridotta. Non suggerisco che il modello tedesco possa essere applicato integralmente all’Appennino emiliano, data la diversità delle situazioni, ma è essenziale adoperarsi per prevenire la diffusione della malattia oltre l’autostrada della Cisa, soprattutto in Emilia-Romagna.
Parte VIII: Conclusioni

Affrontare questo serio problema richiede un approccio multidisciplinare. A proposito, devo ammettere, con onestà intellettuale, che in Sardegna siamo riusciti a contenere la peste suina grazie a una gestione amministrativa efficace, in un contesto in cui tutti si conoscevano. In Sardegna, abbiamo eradicato la peste suina in un contesto di buona amministrazione. Ciò che emerge oggi in Italia è l’impossibilità di eradicare la peste suina africana in regioni come Piemonte, Liguria, Lombardia e Emilia-Romagna senza una solida amministrazione e una forte sinergia tra i vari enti istituzionali.

A questo punto, ci si deve interrogare se il modello organizzativo adottato sia effettivamente quello corretto. Nel contrastare la Peste Suina Africana, diventano essenziali la conoscenza scientifica, l’organizzazione, la capacità di intervenire sul campo, l’autorevolezza e la credibilità. Questi aspetti sono cruciali.
Concludo con una frase che potrebbe sembrare provocatoria; tuttavia, non deve essere male interpretata . Mi riferisco al libro di Albert Camus, un autore francese e vincitore del Premio Nobel, che ha scritto “La Peste”, ambientato in un’epidemia di peste bubbonica in Algeria nel periodo post-bellico degli anni ’40. Il messaggio chiave è espresso dal protagonista principale: “Non si tratta di eroismo, bensì di onestà.” Intendo un’onestà intellettuale, la sincerità nel confrontarsi con il problema nella sua reale entità, contrariamente a coloro che nel romanzo minimizzano, affermando: “I topi morti? È normale, sono sempre morti.” In realtà, quei topi morivano di peste bubbonica e trasmettevano la malattia agli umani, sebbene molti lo negassero. È dunque necessario avere il coraggio di affrontare la realtà. Potrebbe sembrare un’idea ridicola, ma l’unico modo per combattere la peste, inclusa quella umana, risiede nell’onestà.

La relazione ha generato un acceso dibattito tra il pubblico. Ecco alcune degli interventi più rilevanti.
Anonimo “Nel primo semestre del 2023 l’Italia presento alla commissione Europea il piano di eradicazione della Peste Suina Africana nei territori delle regioni Piemonte e Liguria. le Regioni coinvolte, in modo indipendente, non recepirono il piano nella sua interezza, apportando delle modifiche piuttosto importanti. I due piani regionali, per certi aspetti neppure concordanti tra di loro, furono recepiti attraverso le legislazioni regionali. Di fatto i piani regionali, che modificarono il piano nazionale, assunsero valore legale. Il team delle emergenze veterinarie della Commissione Europea cui l’Italia ha chiesto la consulenza era composto dagli stessi membri delle missioni svolte in Cechia, Belgio e poi Germania e Svezia: luoghi dove il piano ha funzionato. Ma perché il piano non ha funzionato in Italia? Appunto per le declinazioni locali, le quali hanno reso meno incisiva l’applicazione del piano, applicazione che inoltre è stata ritardata rispetto alle date previste (a causa dei diversi ritardi per l’espletazione delle necessarie gare d’appalto).”
Anonimo: “L’Italia, priva di una catena di comando unificata in cui le istituzioni nazionali e regionali siano rappresentate – come d’altronde richiesto dalla normativa sulla salute degli animali – rischia, in situazioni come quella della PSA, di non apparire credibile agli occhi dei nostri partner commerciali. Questo potrebbe arrecare grave danno all’industria nazionale delle carni suine, con il rischio concreto di perdere mercati importanti. In assenza di una gestione coordinata che permetta di riunire tempestivamente l’unità di crisi, l’eradicazione di questa malattia potrebbe subire ritardi significativi rendendo la situazione gravissima.”


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