PSA: Il vuoto comunicativo contro la Disinformazione e il problema delle richieste di Deregolamentazione

In Pavia, le persecuzioni nei confronti dei veterinari sembrano diminuire. I nostri rapporti evidenziano una mancanza di biosicurezza presso Cuori Liberi, che ha portato alla morte di 31 su 40 maiali in soli 18 giorni. La Peste Suina Africana, diventata endemica in sei regioni italiane da quando è stata rilevata per la prima volta nel gennaio 2022, minaccia l’industria suinicola italiana con potenziali conseguenze economiche catastrofiche. L’assenza di una comunicazione efficace e la deregolamentazione promossa da alcuni gruppi per i diritti degli animali potrebbero aggravare la situazione. Un leadership efficace e la collaborazione comunitaria sono essenziali per contrastare questa crisi.

Il Santuario Cuori Liberi tace sulla di biosicurezza e sulle morti dei suini con la Peste Suina Africana

Gli attacchi e le persecuzioni contro i veterinari dell’ATS di Pavia sembra essersi attenuato. Questo cambiamento potrebbe essere stato influenzato anche dalla nostra narrazione fattuale non contraddetta dai gestori del rifugio Cuori Liberi, né dalla Rete dei Santuari Animali Liberi. Nel nostro articolo La verità su quanto accaduto al rifugio Cuori Liberi emerge la mancanza dell’applicazione delle norme di biosicurezza per prevenire l’ingresso della Peste Suina Africana nel Rifugio, e la morte taciuta di ben 31 suini su 40 all’interno del Santuario in soli 18 giorni, tra atroci sofferenze.

La situazione in Provincia di Pavia da allora è senz’altro migliorata anche grazie all’introduzione di norme più restrittive, ma il virus PSA è presente tra i cinghiali e continua ad essere fonte di preoccupazione. È un virus veramente pericoloso, che porta a morte più del 90% degli animali colpiti, senza fare distinzioni tra cinghiali che vivono liberi in natura e suini domestici, siano essi allevati in modo intensivo o estensivo, in piccole strutture familiari o in rifugi come “Cuori Liberi”. 

Il passato nella lotta alla Peste Suina

Da quando il primo caso di Peste Suina Africana è stato registrato nella penisola italiana nel gennaio 2022, l’epidemia è diventata endemica nei cinghiali in sei regioni della penisola: Piemonte (con una particolare concentrazione di casi nell’area dell’Alessandrino) Liguria, (dove Genova e Savona sono tra le zone più interessate​) Lazio (nella zona di Roma)​, Calabria​ (nella provincia di Reggio Calabria) e Campania​ (nella zona di Salerno).
È molto probabile che nei prossimi mesi, con l’aumento del numero di casi nei cinghiali atteso per il prossimo inverno, la PSA si diffonda anche in Emilia-Romagna (verso Piacenza e Parma), Basilicata (provincia di Potenza). A rischio minore, ma comunque elevato, è la Regione Toscana.

In realtà tutta l’Italia è a rischio.

Uno sguardo alla storia recente ci fornisce un severo preavviso. Nel 1997, i Paesi Bassi furono colpiti da un’epidemia di peste suina classica così devastante che 10 milioni di suini dovettero essere abbattuti per contenere la diffusione della malattia. Il Brabante settentrionale, una regione nel sudest olandese, fu particolarmente colpito, e ancora oggi i residenti possono testimoniare l’impatto traumatico di quella catastrofe.

E la Peste Suina Africana non è da meno della peste suina classica, quanto a pericolosità, anzi, è ancora più difficile da contrastare: basti osservare quanto sta succedendo in mezzo mondo da 15 anni a questa parte, dove la PSA sta facendo stragi tra i cinghiali, tra i suini allevati allo stato brado, negli allevamenti familiari di tanti paesi in cui il maiale è una importante fonte di proteine per le famiglie più povere e negli allevamenti intensivi con mille, diecimila o centomila capi. Il virus della PSA non fa distinzioni: ha fatto, fa e farà il lavoro che sa fare, cioè diffondersi ed uccidere

Il futuro nella lotta alla Peste Suina

La filiera suinicola italiana si trova su un terreno precario, minacciata da una crisi sanitaria che potrebbe innescare un disastro economico e sociale di vaste proporzioni. Le aree a maggiore rischio per i suini domestici a causa dell’alta densità di allevamenti sono la Lombardia (Brescia, Mantova e Cremona) e il Piemonte (Cuneo); se raggiunge queste province, fronteggiare questo maledetto virus, che non perdona errori o indecisioni, sarà ancora più difficile.

Un eventuale diffusione del virus a queste aree geografiche innescherebbe pesanti restrizioni ai commerci di suini, carni e salumi all’interno della UE; le esportazioni verso paesi terzi come Giappone, USA, Canada o Cina ne risentirebbero ulteriormente , con perdite economiche stimabili in decine di milioni di euro al mese​. E senza adguati sbocchi commerciali, il settore suinicolo andrebbe a gambe per aria.

Ed è il virus che tutti noi (veterinari, cacciatori e detentori degli animali, a qualsiasi titolo essi lo facciano) dovremmo combattere, senza cercare facili capri espiatori in chi ha motivazioni diverse dalle nostre per essere interessati alla salute e al benessere degli animali. È necessario il contributo di tutti per fronteggiare una minaccia così seria. Ed è essenziale che tutti remino nella stessa direzione. 

La mancanza della comunicazione lascia spazio alla disinformazione e alla deregolamentazione

È imperativo che la comunicazione sia efficace per garantire comprensione e rispetto delle normative tecniche e complesse come l’Animal Health Law e tutte le altre norme che ne sono derivate. Senza una comunicazione efficace, le norme restano inapplicate e la collaborazione necessaria nella lotta contro il virus diventa più elusiva, in particolare quando si verificano situazioni di crisi come quella di Pavia. E quello che è successo in queste settimane è ben poco in confronto agli scenari peggiori che potrebbero verificarsi in futuro.

La tragedia del Santuario Cuori Liberi, dove un focolaio di Peste Suina Africana si è protratto dal 4 al 20 settembre a causa di impedimenti nell’abbattimento immediato degli animali infetti, non è seconda per gravità all’allevamento di Zinasco che ha omesso di segnalare la morte dei suoi suini a causa della malattia: entrambi i casi hanno rappresentato un grosso rischio per la diffusione dell’epidemia. Senza una comprensione precisa delle normative e della loro applicazione in ogni contesto particolare, molti riterranno di agire secondo discrezione, e remeranno in direzione opposta a quella che le circostanze imporrebbero. 

La narrazione pubblica attuale intorno alla Peste Suina Africana è prevalentemente influenzata da alcuni gruppi animalisti. Questi gruppi, spesso disattenti alle imprescindibili norme sanitarie, perseguono una deregolamentazione che potrebbe non solo esacerbare la crisi della Peste Suina Africana, ma anche minare la sicurezza pubblica, come illustriamo in questo articolo: Perché le richiesta dei Santuari di considerare i suini come animale da compagnia rappresenta un rischio per la salute pubblica. Prevalentemente padroni del discorso mediatico, manipolano la narrativa e le immagini a proprio vantaggio, occultando aspetti critici della malattia e del loro modo do tenere gli animali, e creando campagne d’odio nei confronti degli operatori pubblici e degli allevatori.

Un esempio è la scelta deliberata di non divulgare le immagini dei suini malati e morti a causa della Peste Suina Africana nel rifugio Cuori Liberi, né di renderne omaggio nella loro commemorazione. Le immagini catturate dai droni durante le eutanasie dei suini negli allevamenti del pavese hanno certamente ripreso gli animali che manifestavano segni clinici evidenti, inclusi quelli in fase di agonia. Eppure, immagini di animali ammalati o morti di PSA nel rifugio Cuori Liberi non sono emerse nei video mostrati dagli animalisti, perché non sarebbero stati favorevoli al loro obiettivo di dimostrare che solo il loro modo di tenere gli animali nei rifugi è compatibile con il loro benessere ed è pertanto eticamente accettabile, come se i suini ammalati di PSA nei rifugi non soffrissero.

E ben poco è stato fatto da parte delle autorità per contrastare tale narrazione che falsifica la realtà, per ottenere risconoscimenti e trattamenti speciali, anche da un punto di vista sanitario. Se il Ministero della salute adottasse un approccio indulgente nella gestione del controllo delle malattie infettive presso i rifugi animalisti, che prevedesse l’assegnazione di deroghe alla normativa vigente, vi sarebbero ripercussioni non solamente dal punto di vista epidemiologico e sanitario pubblico, ma soprattutto si eroderebbe la fiducia e il consenso degli allevatori, i quali non tollererebbero i sacrifici a loro imposti mentre ad altri vengono concesse deroghe e trattamenti speciali.

Chi ha le massime responsabilità dimostri di avere la competenza, l’esperienza, le capacità organizzative, la leadership che sono necessarie ad assicurare che tutti remino nella stessa direzione.  Senza comunicazione, non c’è leadership. E senza leadership non si può governare una crisi. E alla fine chi vince è il virus.


One response to “PSA: Il vuoto comunicativo contro la Disinformazione e il problema delle richieste di Deregolamentazione”

  1. […] vuoto comunicativo contro la disinformazione e il problema delle richieste di deregolamentazione. (link)Veterinari Uniti per la Salute. (2023, 19 novembre). Il Ministero andrà a Bruxelles per chiedere […]

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