
In questo articolo, offriamo una versione riadattata per iscritto di un intervento tenutosi alla conferenza “Epidemie a Confronto: COVID-19, Xylella fastidiosa degli ulivi pugliesi e la Peste Suina Africana che minaccia il nostro territorio” organizzata da Minerva – Associazione di divulgazione scientifica il 16 marzo 2024.
Marco Rocca, presidente di Minerva – Associazione di divulgazione scientifica (moderatore): Il Dr. Donatello Sandroni è un dottore in Scienze Agrarie nonché giornalista ed esperto in patologie vegetali. Abbiamo discusso della salute umana nel corso della storia, toccando il problema delle zoonosi trasmesse dagli animali. Un altro ambito, che forse non ci riguarda direttamente poiché le malattie delle piante non possono infettarci, riguarda tuttavia il nostro sistema alimentare: un danno alle colture può infatti compromettere il nostro approvvigionamento alimentare. Quindi, passo la parola a Donatello: raccontaci maggiori dettagli sul caso di studio relativo alla Xylella fastidiosa.
Donatello Sandroni: Buongiorno a voi anche da parte mia. Tra le mie attività, figura occasionalmente anche quella di scrittore, quando trovo il tempo. Sto infatti portando a termine un libro che è quasi finito, tuttavia da tre mesi non riesco a dedicarmi alla sua rilettura, ma spero di riuscirci prima o poi. Questo collegamento alla Xylella deriva dall’intervento precedente poiché, come evidenziato anche dalla mia presentazione, appare chiaro che l’essere umano non impara mai le lezioni della storia e quindi continua a commettere gli stessi errori in contesti che possono variare nella forma, ma che sono identici nella sostanza e nelle dinamiche.
Come accennato, mi soffermerò su un’epidemia che colpisce le piante, causata da un batterio. È importante notare che noi esseri umani non possiamo contrarre malattie direttamente dalle piante. Tuttavia, i batteri presenti sulle piante possono rappresentare un serio pericolo per noi, come dimostrato ad esempio dalla Listeria monocytogenes che in passato ha contaminato frutta e verdura non adeguatamente lavate, portando a gravi conseguenze. Dunque, anche il regno vegetale può indirettamente esporci a rischi tramite batteri, diventando un vettore di agenti potenzialmente letali.
Un esempio di ciò si è verificato nel 2011, in Germania, dove circa cinquanta persone sono morte a causa di germogli di soia contaminati da Escherichia coli. È quindi sorprendente notare come, anche in un’epoca in cui ci si considera protetti, in un paese come la Germania noto per i suoi rigorosi controlli, e all’interno dell’Europa, un contaminante di questo tipo abbia potuto causare la morte di cinquanta persone. Dunque, benché sia vero che le piante non possono nuocerci direttamente, salvo i casi in cui siano velenose o che ci cadano addosso, è altresì vero che possono trasmettere patogeni molto pericolosi per l’uomo.
In questa sede analizzerò un fenomeno che, anche sotto il profilo mediatico, è stato estremamente rilevante: un caso di studio per eccellenza, in quanto racchiude una serie di episodi assai bizzarri. Nella mia presentazione, oltre a introdurre la cronologia degli eventi e alcuni dettagli tecnici descrittivi della malattia, esaminerò anche le dinamiche politiche, mediatiche e sociali, nonché la percezione popolare. Questo perché, fondamentalmente, sono questi gli elementi di connessione tra le diverse epidemie, siano esse vegetali, animali o umane. Le dinamiche sono sostanzialmente le stesse. Come sosteneva anche Galassi, gli schemi psicologici e comportamentali sono simili. Pertanto, affronteremo anche temi come le pseudoscienze e la disinformazione.
L’arrivo della Xylella in Italia e le prime reazioni mediatiche
La situazione era infatti preannunciata come disastrosa, poiché la Xylella non è giunta su un meteorite dallo spazio esterno senza che sapessimo cosa fosse: eravamo ben consapevoli della natura di Xylella fastidiosa, dal momento che aveva già causato devastazioni in altre parti del mondo. Una sottospecie diversa da quella che ha infettato gli olivi (subsp. pauca) aveva infatti colpito in America: la malattia di Pierce, causata dalla Xylella fastidiosa (subsp. fastidiosa).

Nel 2015, Marilù Mastrogiovanni [Giornalista d’inchiesta, esperta di linguaggio di genere n.d.R.] si comportava come se tutto fosse già stato compreso, nonostante fossimo ancora nel pieno della battaglia legale, con l’intervento di procuratori, esperti e giornalisti. In realtà ci trovavamo di fatto ancora nelle prime fasi della nostra lotta contro la Xylella.
Nel paragrafo sopra riportato ci sono degli screenshot che mostrano come alcune persone fossero già considerate responsabili dell’epidemia: gli scienziati e i tecnici convocati per combatterla, si trovarono infatti di fronte all’accusa di aver contribuito alla cosiddetta “frode Xylella”, una terminologia molto forte. Le parole sono importanti: definire un’epidemia una “frode” implica un piano ben preciso, caratterizzato da una profonda disonestà da parte di chi ha interessi in gioco.
“Non ci sono prove che la Xylella sia stata introdotta dal Costa Rica”, si afferma. In effetti potrebbe essere arrivata da altrove, ma è comunque arrivata in Puglia.
“Non esistono prove che l’eradicazione degli ulivi fermi la diffusione dell’epidemia”: teoria che si è poi dimostrata infondata.
“Manca qualsiasi prova della patogenicità dell’agente”: si spiegherà in seguito il motivo di questa “assenza” e la difficoltà nel riprodurla.
“È invece provato che l’uso massiccio di pesticidi provoca gravi problemi alla salute pubblica”: su questo punto considerate che gli uliveti sono soggetti a un numero di trattamenti che è circa un quinto di quelli effettuati nei meleti della Val d’Adige. Si parla quindi di una pressione di trattamenti estremamente limitata rispetto ad altre colture. Anche in Romagna i pescheti sono soggetti a numerosi trattamenti fitosanitari, rendendo così la chimica un “nemico invisibile” [agli occhi dei cittadini, nda], le cui molecole si nascondono quasi ovunque. Sugli olivi l’uso della chimica è invece molto più limitato.
Oltre a “Xylella Report” è stata condotta anche un’altra inchiesta, denominata “Lo strano caso della lebbra dell’olivo”. In quel periodo, alcuni ricercatori di una delle più grandi compagnie chimiche al mondo, conducevano test su un fungicida destinato a combattere la lebbra dell’olivo (Colletotrichum acutatum). Nelle aree dove successivamente fu rilevata la presenza di Xylella si osservarono quindi ricercatori in tute protettive che effettuavano sperimentazioni su specifici appezzamenti di terreno. Tali prove, comuni in ambito agricolo per la valutazione di prodotti fitosanitari, portarono poi all’autorizzazione del fungicida contro la lebbra dell’olivo. La presenza di questi individui, vestiti secondo le norme di sicurezza, li faceva però apparire quasi come alieni, generando incomprensioni simili a quelle di un cane che, svegliato dal passaggio di una bicicletta, abbai senza comprendere l’accaduto. Con il progredire delle indagini, tuttavia, il quadro accusatorio si è sgretolato.
La realtà dei fatti
Anni dopo, si riportò la morte di oltre 20 milioni di alberi d’olivo, morte attribuita alla Xylella o al necessario abbattimento dovuto a tale patologia. La procura archiviò tutte le accuse a carico dei membri della Task Force e nessuna delle pseudocure proposte ebbe successo. Infine, non è mai stato riscontrato un uso massiccio di pesticidi, né sono stati provati danni alla salute della popolazione.
Quindi, utilizzo questa prima diapositiva su “Xylella Report” per non dimenticare. Ricordiamoci infatti che, quando eravamo ancora nella fase iniziale di lotta contro questa patologia, con il calore della scoperta ancora addosso, c’erano già individui che affermavano di aver scoperto tutto e iniziavano persino a scrivere libri sull’argomento.
Ecco i risultati: questa sarebbe la frode:

Come si può osservare, si tratta di una frode particolarmente riuscita, visto che ha decimato un numero impressionante di olivi.
Passiamo ora a considerare il vero colpevole: la Xylella fastidiosa subsp. pauca. Questo batterio colpisce non solo il caffè e l’oleandro ma anche varie piante sia agrarie sia ornamentali, incluso l’olivo, risultando quindi il patogeno alla base del disastro.

Il suo principale vettore, tuttavia, merita una menzione particolare. Si tratta del Phylaenus spumarius, noto per la sua “timidezza”. Questo insetto, una cicalina nota anche come “Sputacchina”, si avvolge infatti in una secrezione schiumosa per proteggersi. Di per sé, non causa danni significativi, limitandosi a succhiare una modesta quantità di linfa. Il problema nasce quando trasmette patogeni, come virus e batteri, diventando così responsabile di danni ben più gravi.
Nonostante il Philaenus spumarius sia il vettore primario, esiste poi anche un secondo agente che ha contribuito in modo significativo alla diffusione della malattia, rappresentando una minaccia ancor più grave. Questo vettore secondario non è un insetto, bensì lo zio Peppino, figura simbolica che rappresenta sia l’agricoltore sia, in un certo senso, il turista. Appassionato magari di mountain bike, lo zio Peppino avrebbe potuto, viaggiando nel Salento e attraversando vari oliveti, trasportare involontariamente qualche Philaenus sulla sua giacca, diffondendolo così in zone lontane 10-20 km dal punto di prelievo dell’insetto. In questo modo, l’elemento umano divenne il vettore del vettore primario, contribuendo ad accelerare molto la propagazione della Xylella in vasti settori della Puglia. Philaenus spumarius, di per sé, è infatti poco mobile e tende a rimanere nelle stesse aree.
Le ipotesi di CoDiRO
Per quanto riguarda il CoDiRO, non si tratta di un’espressione blasfema tipica del basso Polesine, bensì è l’acronimo di Complesso del Disseccamento Rapido dell’Olivo. La scelta di questo termine rivela una certa riluttanza nel descrivere esplicitamente la situazione, puntando il dito contro Xylella. Negli oliveti colpite vennero infatti riscontrate anche tracheomicosi causate da funghi, le quali presentano sintomi simili a quelli della Xylella, come l’occlusione dei vasi e la conseguente morte dei rami. Tuttavia, a differenza della Xylella, l’olivicoltura convive da sempre con le tracheomicosi, che risultano letali solo per le piante giovani e appena trapiantate. Gli olivi maturi, grazie alla loro robustezza, sono in grado di resistere a questi patogeni e li si può gestire tramite pratiche di potatura e cure agronomiche adeguate, mantenendo sotto controllo la malattia.

Si discute qui di un’epidemia che ha devastato l’olivicoltura, ma che si è inizialmente preferito presentare come semplice concausa. In determinate circostanze, si è infatti osservata la contemporanea presenza di tracheomicosi e di Xylella, suggerendo erroneamente che la Xylella non contribuisse significativamente a tale fenomeno. In realtà, la Xylella era il principale agente patogeno in questione, come si chiarirà successivamente. La situazione ha però generato una dicotomia tra coloro che negavano il problema e coloro che proponevano teorie del complotto, in modo simile alle dinamiche osservate durante l’epidemia di COVID-19: anche per la pandemia si minimizzò infatti il ruolo del virus, additando come concause di primaria importanza altre patologie come ipertensione, diabete o l’età avanzata dei soggetti. Vero era che tali stati sanitari compromessi complicavano il quadro facilitando i decessi, ma l’agente letale restava pur sempre il COVID.
Con la Xylella si è verificato un fenomeno analogo, con la compresenza di patogeni già noti e gestibili, come le tracheomicosi, e di un patogeno contro il quale non eravamo invece preparati. Peraltro, contro i batteri non esiste cura fitosanitaria possibile. Tecnicamente, sarebbe possibile effettuare iniezioni di antibiotici direttamente nel tronco degli alberi, ma questo metodo è proibito a causa del rischio di sviluppare antibiotico resistenze, un problema noto da tempo e derivante da passati abusi zootecnici e umani degli antibiotici. Introdurre questa pratica nelle piante potrebbe quindi portare a conseguenze disastrose.
In principio si è perciò esitato a parlare apertamente di Xylella, preferendo termini meno diretti come appunto CoDiRO. Era invece necessario ammettere da subito il ruolo letale di Xylella, un patogeno soggetto a quarantena per il quale l’Europa chiede l’abbattimento degli alberi infetti e di quelli circostanti entro un raggio di 100 metri: un’area significativa [circa 3 ettari, nda] che può generare grande preoccupazione a causa delle sue gravi implicazioni economiche e sociali. Per tale ragione vi fu riluttanza ad ammettere la presenza di un patogeno da quarantena e il suo ruolo nella moria degli olivi.
Xylella, da sola, non diffonde però facilmente, nascondendo la sua presenza in maniera subdola, poiché ci vuole tempo perché i sintomi diventino evidenti. La patogenesi si manifesta infatti lentamente, consentendo al patogeno di proliferare nelle piante infette e in quelle limitrofe senza causare sintomi immediati.
Quando poi la popolazione raggiunge un determinato numero nelle trachee della pianta, essa produce una sorta di mucillagine che ostruisce le trachee stesse, causando il collasso dei rami prima e delle piante poi. Questo fenomeno si manifesta improvvisamente, quando la pianta è già gravemente infestata e, potenzialmente, anche le piante circostanti sono contagiate. Fino a poco tempo prima, l’oliveto appariva perfettamente sano. Questo comportamento favorisce la diffusione della Xylella, che si è evoluta geneticamente in modo astuto, benché non si possa attribuire vera intelligenza a un batterio. Infatti, il vettore [Phylaenus spumarius, nda] preferisce le piante sane alle malate: il patogeno opera quindi inosservato, permettendo al vettore di agire inconsapevolmente, ma efficacemente.
I workshop italiani sulla Xylella
Già nel 2009 eravamo consapevoli di questa possibile problematica. Sulla costiera amalfitana si organizzò infatti un workshop sulla Xylella, incentrato però sugli agrumi, per discutere dei danni, dei problemi, del comportamento del batterio e dei suoi vettori.
Poi, nell’estate 2010 un entomologo dell’Università di Lecce, visitando la zona del Gallipolino, notò un insolito disseccamento degli uliveti. Ritenendo la situazione anomala, segnalò il caso al Dipartimento di Patologia Vegetale di Bari, centro di eccellenza in questo ambito. Quasi in concomitanza con queste prime segnalazioni informali, a Bari si stava organizzando un altro workshop sulla Xylella, questa volta focalizzato proprio sull’olivo.
A seguire, la cronistoria dell’affair Xylella.

Non si sa – e ormai non si potrà più sapere – se i disseccamenti osservati dall’entomologo leccese fossero già causati da Xylella o da altro. Mentre però a Bari cercavano di spiegare la natura della Xylella, nonché le sue vie di diffusione e i metodi di riconoscimento, c’erano segnalazioni di disseccamento che non furono prese in considerazione come sospetto campanello d’allarme.
Solo nel luglio dell’anno successivo, nel 2011, furono effettuate analisi sui campi dove erano stati segnalati tali disseccamenti. I campioni furono portati all’Università di Bari, analizzati e diagnosticati come casi di tracheomicosi. Purtroppo, per identificare la Xylella è necessario un kit specifico e un metodo di indagine particolare: senza di essi, la presenza del batterio può rimanere inosservata. Inoltre, non sappiamo se i campioni furono prelevati esattamente nelle zone indicate dall’entomologo o meno, quindi molte domande rimangono senza risposta. Ciononostante, per lo meno nel 2011, fu confermata la diagnosi di tracheomicosi.
Eppure, tra il 2012 e il 2013 i casi di disseccamento aumentarono e ciò che inizialmente sembrava anomalo divenne via via sempre più frequente, diffondendosi da un comune all’altro del Gallipolino. Grazie infine alle testimonianze dei vari “zii Peppini”, i cui alberi iniziavano a morire con crescente frequenza, il sospetto emerse finalmente nella mente del professor Martelli, compianto direttore del dipartimento di patologia di Bari: “E se fosse Xylella?“. Fu quindi richiesto un kit specifico dall’Olanda, laddove erano considerati esperti in ambito Xylella. E così poterono finalmente analizzare i campioni d’olivo per identificare specificatamente la Xylella, riuscendovi.
Così, solo alla fine del 2013 la Xylella venne identificata e a tale scoperta seguì la pubblicazione su una rivista di cui facevano parte anche i ricercatori dell’Università di Bari come membri del consiglio editoriale. Questo fatto scatenò immediatamente polemiche e teorie del complotto, trovando poco affidabile lo studio poiché pubblicato sul giornale di riferimento dell’Istituto barese.
Sin dall’inizio, quindi, la scoperta generò controversie, soprattutto per le gravi conseguenze che comportava il fatto di ammettere la presenza della Xylella e il suo impatto sugli olivi. Come spesso accade, si tende infatti a negare fino all’ultimo ciò che non si vuole affrontare.


Nel febbraio del 2015 – voglio sottolineare che tra la fine del 2013 e l’inizio del 2015 passa quasi un anno e mezzo – è stato nominato Giuseppe Silletti a capo della Task Force. Quindi, è trascorso più di un anno dalla scoperta della Xylella e dalla conferma della sua presenza, prima della creazione di una Task Force per combatterla.
A marzo, il piano operativo era però già pronto. Secondo le normative europee, non c’era infatti nulla da inventare: in caso di focolaio, si doveva eradicare il focolaio e l’area circostante entro 100 metri. Tuttavia, a maggio, il TAR del Lazio sospese questo piano a seguito di un ricorso presentato da alcuni vivaisti e aziende agricole che si opponevano fermamente agli abbattimenti. L’interesse economico a breve termine prevalse cioè sull’interesse a lungo termine dell’intera regione. Il TAR bloccò quindi tutto temporaneamente, ma poi i ricorsi non ebbero seguito e il piano Silletti proseguì. Tuttavia, la procura di Lecce intervenne a seguito di nuovi esposti.
Questi ulteriori esposti alla Procura portarono a un secondo blocco del piano Silletti e, questa volta, Silletti e tutti i membri della Task Force finirono nel registro degli indagati, accusati di epidemia colposa, tra le altre accuse. Questi eventi si verificarono nel dicembre 2015, a due anni dalla scoperta della Xylella. Così agendo, però, i tempi si dilatarono ulteriormente.
Nel maggio 2019, la Procura di Lecce archiviò l’inchiesta, nonostante le riserve espresse dalle due vice di Cataldo Motta su alcuni degli inquisiti. Infine, nel dicembre 2020, venne finalmente emanato il decreto di lotta obbligatoria contro Phylaenus spumarius, il vettore della Xylella, firmato dall’allora Ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina. Il Decreto prevedeva la distruzione, lo sfalcio e il diserbo delle piante sottostanti gli ulivi perché, in primavera, il Phylaenus spumarius risiede lì e poi, a giugno, quando le piante si seccano, si trasferisce sugli ulivi, l’unica pianta che conserva la linfa anche in estate. Pertanto, il primo passo consisteva nel rimuovere le erbe sottostanti gli uliveti, seguito da trattamenti insetticidi direttamente sulle piante. Gli ulivi, anche da prima della Xylella, vengono sì trattati con insetticidi, ma solo a fine estate contro la mosca dell’olivo, permettendo in tal modo a Phylaenus spumarius di agire indisturbato a giugno.
A questo punto, però, l’olivicoltura salentina ne è già uscita devastata. La Xylella ha colpito tutto il Salento: il leccese, il brindisino e il tarantino, causando la morte di milioni di alberi. Di conseguenza, il dibattito è ulteriormente degenerato. Se la risposta all’epidemia è stata molto lenta, il dibattito è rapidamente passato dal piano scientifico a quello mediatico e politico, complicato dagli interessi contrapposti di varia natura.
Per esempio, segue una delle prime notizie sul tema: “Xylella fastidiosa, 100 ulivi estirpati. [inizialmente estirpare 100 ulivi sembrava eccessivo, nda], ma niente allarmismi.”

Ora, a dieci anni di distanza, fa sorridere leggere “niente allarmismi”, sapendo com’è finita. Forse, sarebbe stato più appropriato un cauto allarme anziché minimizzare, data la legittima preoccupazione. Spesso, ciò che è una legittima preoccupazione viene invece etichettato come allarmismo e viceversa.
Un altro articolo riflette il sentimento sociale nel Salento: “Cosa c’è dietro la Xylella fastidiosa?”. È solo un batterio, cosa ci dovrebbe essere? Sconcerta quindi il forte sospetto che la malattia degli ulivi non sia stata ancora chiarita, come se ci fosse qualcosa da chiarire oltre all’evidenza epidemiologica. Si ipotizza perfino un coinvolgimento delle multinazionali, tra cui Monsanto, accusata di aver indebolito gli alberi con i pesticidi, facilitando così la diffusione della malattia causata da un batterio definito “altrimenti innocuo”. Di fatto, definire innocua la Xylella è come paragonare il vaiolo a un raffreddore. Altra analogia con il COVID-19, da molti derubricato a una semplice influenza.
Per i sostenitori della tesi complottista, l’intento di Monsanto sarebbe stato quello di sostituire gli olivi morti con piante transgeniche [ma allora, questi ulivi muoiono sì o no per la Xylella? nda].
Sì, Monsanto è stata leader negli OGM, quindi agli occhi di molti sarebbe dietro questo piano. Probabilmente, al presidente di Monsanto a St. Louis, alla menzione del ‘Salento’, avrà chiesto ‘What is Salento?’. Immaginiamo infatti che a St. Louis non sapessero nemmeno dove si trovasse la Puglia. Tuttavia, erano già stati accusati di voler far morire tutti gli ulivi pugliesi per sostituirli con ulivi OGM resistenti alla Xylella, nonostante Monsanto non abbia mai lavorato sugli olivi. Iniziamo quindi con le fantasie.
Le molte fantasie negazioniste/complottiste
Quindi, parliamo delle fantasie transgeniche.

Monsanto si è in effetti resa protagonista di numerose controversie: come multinazionale ha spesso investito in settori che, nel lungo termine, si sono infatti rivelati disastrosi. Ha anche affrontato vari processi legali e in passato acquisì un’azienda brasiliana chiamata Allelyx, nota per aver mappato il genoma della Xylella.

L’acquisizione non era motivata da un interesse per la Xylella, ma per assorbire l’eccellenza dell’azienda nel settore della genetica. Questo fatto supportò però l’idea che Monsanto avesse elaborato un piano per trasferire tali competenze e sviluppare ulivi OGM destinati a sostituire quelli tradizionali. [Ancora oggi, nel 2024, non esistono ulivi OGM, nda].
Per chi poi pensasse che sia colpa dell’agricoltura intensiva, basti sapere che in Spagna, l’olivicoltura è molto più industrializzata rispetto all’Italia e le moderne tecnologie intensive hanno trovato un terreno fertile, ma là di Xylella non se n’è vista. Al contrario in Salento, i primi ulivi colpiti dal batterio furono soprattutto quelli vecchi, trascurati, mantenuti in vita più che altro per accedere ai contributi europei: a gennaio venivano raccolte le olive da terra per produrre olio lampante e niente più.
Dopo le speculazioni genetiche, emersero le fantasie riguardanti il metano. Il Trans Adriatic Pipeline (TAP), un progetto di metanodotto, ha suscitato anch’esso ipotesi secondo le quali sarebbe stato lui il responsabile dell’epidemia di Xylella, il tutto per facilitare gli espropri.

Queste teorie non avevano ovviamente alcun fondamento. Il dibattito gonfiatosi intorno al TAP mostra però il basso livello della discussione, spesso difficile da sostenere con interlocutori poco ricettivi.
Il caso di Gilles-Éric Séralini: noto per aver pubblicato uno studio che indicava gli OGM come cancerogeni, basandosi su esperimenti con topi, finì anch’egli al centro di polemiche e lo studio venne ritirato poco dopo la pubblicazione. Nonostante una siffatta fama, Séralini venne invitato in Puglia ove tenne una conferenza sostenendo che il problema derivasse dai pesticidi, proponendo come soluzione la semina di erbe aromatiche sotto gli uliveti. Come abbiamo osservato, questo rappresenta il metodo più efficace per moltiplicare il vettore.

Sono poi nate anche alcune fantasie percentuali nella narrazione che tentava di minimizzare l’epidemia, facendo riferimento a percentuali dell’1,8%- 2% di olivi infetti. Effettivamente, tali percentuali descrivevano le zone di contenimento, ovvero quelle aree dove, teoricamente, le piante dovrebbero essere sane e sono monitorate per prevenire l’insorgere della malattia.

Quando in tale fascia si identifica un albero affetto dalla patologia, interveniamo immediatamente per eradicarlo. Fortunatamente, grazie alla conformazione stretta e lunga della Puglia, siamo riusciti a stabilire una sorta di linea Maginot che ha notevolmente rallentato l’avanzamento del batterio, sebbene non siamo stati in grado di fermarlo completamente.
Purtroppo, il batterio ha raggiunto la Piana degli Ulivi Monumentali, suscitando forti reazioni tra la popolazione locale. È comprensibile che la vista di un olivo plurisecolare minacciato di abbattimento possa muovere a compassione, ma nonostante tutto siamo riusciti comunque a contenere l’avanzamento della malattia. Quindi, le citate percentuali dell’1,8% – 2% sono decisamente fuorvianti: visitando le aree infette, si è potuto osservare attraverso riprese aeree che per chilometri non vi era più alcun olivo ancora in vita, quindi ben oltre il 2% citato.
Anche questo dettaglio ricorda la situazione del COVID, quando si affermava che nei reparti di terapia intensiva la presenza di vaccinati e non vaccinati fosse uguale. Considerando però che quasi il 90% della popolazione in quel momento era vaccinata, le proporzioni dimostravano che i non vaccinati avevano un rischio 8-9 volte superiore di finire in terapia intensiva. È noto però che il calcolo proporzionale non sia di facile comprensione per tutti, specialmente quando si neghi la patogenicità di un virus o della Xylella.
I postulati di Koch

Altra diatriba emerse sui cosiddetti postulati di Koch. Questi, seppur con i loro limiti, stabiliscono regole chiare: affinché un agente sia considerato responsabile di una malattia, deve soddisfare quattro condizioni specifiche. Pertanto, se un agente risponde positivamente a tutte e quattro, è possibile dimostrare il legame causale tra il patogeno e la malattia.

Peccato che sia quasi impossibile trasferire la Xylella da una pianta all’altra con degli aghi, come si provò a fare all’inizio. Anche perché, in vitro, Xylella è un batterio con una vitalità quasi nulla, cioè, proprio è un batterio veramente insulso di per sé [il trasferimento necessita del passaggio attraverso il vettore, nda]. Questo fuori dall’ulivo. Dentro l’ulivo, diventa Superman o super batterio, quindi i postulati di Koch non potevano essere rispettati per come enunciati.
Finalmente, contro ogni pronostico e dopo migliaia di tentativi con le siringhe a pungere piante infette e sane, i ricercatori riuscirono a trasferire la Xylella da una pianta malata a una sana, soddisfacendo anche quel benedetto postulato. Quindi, i postulati di Koch alla fine vennero dimostrati comunque, ma intanto erano passati vari mesi.
Le fantasie parlamentari
Ora passiamo alle fantasie parlamentari: come vi dissi, avrei fatto una disamina anche degli aspetti politici oltre che mediatici. Questo soggetto è Lello Ciampolillo, Senatore in quota 5 Stelle.

Ora, non so se tra voi ci siano elettori del Movimento 5 Stelle. Personalmente, non ho nulla contro il Movimento 5 Stelle, almeno per quanto riguarda questo argomento. Tuttavia, purtroppo, si sono distinti particolarmente in questo ambito, quindi noterete che diversi
esponenti del Movimento hanno commesso gravi errori e mi trovo quindi nella posizione di doverli pubblicare. Successivamente, per garantire la parità di trattamento, vedrete che ci saranno contenuti relativi anche a parlamentari di altri partiti, ma i primi sono tutti del Movimento 5 Stelle. Ci tengo quindi a precisare che non è una mia colpa se parlo soprattutto di loro.
Per esempio lui, Lello Ciampolillo, ha dichiarato un uliveto sua residenza parlamentare per renderlo intoccabile e impedirne l’abbattimento.
La persona a destra nella seguente fotografia è invece Maurizio Buccarella, altro senatore 5S, con il quale ho avuto una discussione piuttosto accesa sui social. Insieme ad altri colleghi e altri personaggi si è legato negli uliveti per lo stesso motivo. La presenza di bambini, peraltro, mi suscita profonda tristezza.

Mi si stringe il cuore quando vedo i bambini coinvolti in queste dimostrazioni, non potendone capire né le finalità né le fallacie.
Tutte persone, queste, contrarie all’eradicazione: il popolo – secondo loro – sta iniziando a risvegliarsi e alcuni si incatenano agli ulivi per impedirne l’abbattimento. Il problema è che mentre il popolo si stava risvegliando la Xylella mica dormiva e infatti avanzava. E come si dice, il sonno della ragione genera mostri. Pertanto, anche se il popolo si sveglia, ma la ragione dorme, vi è poco da sperare.
Terzo esponente del Movimento 5 Stelle. Qui usciamo dall’Italia e andiamo in Europa: Rosa D’Amato.

Lei partecipò a un webinar in cui era presente anche Alexander Purcell, considerato all’epoca il maggior esperto mondiale di Xylella. Purcell aveva affrontato la malattia di Pierce in California, dimostrando quindi una notevole competenza su Xylella. Io stesso seguii quel webinar e mi parve chiaro il messaggio di Purcell: egli sosteneva che gli abbattimenti non sono efficaci quando il patogeno ha già colonizzato un’area, in quanto a quel punto è inutile abbattere gli alberi o effettuare monitoraggi. Come paragone può essere preso un edificio di 10 piani che prende fuoco: non ha senso tentare di salvare gli ultimi due piani quando gli altri otto sono già compromessi ed è quindi meglio concentrarsi sulla protezione degli edifici adiacenti.
Tuttavia, nel webinar Purcell precisò che gli abbattimenti sono cruciali nelle fasi iniziali dell’infezione, quando è ancora possibile identificare e abbattere tempestivamente gli alberi malati per contenere la diffusione. Rosa D’Amato evidenziò però solo la parte finale del suo intervento, trascurando l’importanza degli abbattimenti nelle prime fasi. Ciò portò a diversi malintesi, soprattutto dopo che l’Europarlamentare rilasciò interviste ai media locali pugliesi, affermando che secondo il maggiore esperto di Xylella gli abbattimenti non servono. Il popolo cosa poteva pensare? Che chi abbatte gli ulivi è un delinquente. I risultati sono questi.

La ragazza nella foto, poverina, sfortunatamente per lei è diventata uno dei meme più diffusi durante il periodo Xylella. Mi si dice sia un’attrice locale. Personalmente non la conosco. Si distingueva per l’arrampicarsi sugli alberi e urlare come un’aquila contro coloro che intendevano abbattere gli ulivi, diventando così il simbolo della veemente protesta popolare contro l’abbattimento degli ulivi. Da un certo punto di vista, riesco a comprenderla. Ciò è dovuto anche al fatto che se vengo costantemente (dis)informato che tutto è un inganno, che tutto è una truffa, che la Xylella non è un patogeno e addirittura che Purcell sostiene che gli abbattimenti non siano necessari, io poi difendo i miei uliveti con ogni mezzo a mia disposizione. Pertanto, alcune reazioni, sulle quali potremmo sorridere in realtà, sono comprensibili da un certo punto di vista.
Lo stesso vale per le pseudocure. Sarei però grato a chiunque nel pubblico sappia spiegarmi cos’è l’acqua informatizzata. Il fatto è che questo “scienziato” di Bari la vaporizzava gli ulivi. Gli ulivi sono alberi notevoli perché prima di morire resistono vigorosamente, infatti dopo le potature emettono nuova vegetazione. Il problema è che possono rigenerarsi una, due, tre volte, ma poi si esauriscono e muoiono. La primavera successiva ai trattamenti con l’acqua informatizzata gli ulivi sembravano riprendersi, dimostrando apparentemente l’efficacia del trattamento per qualche mese. Tuttavia, erano malati come gli altri poiché il batterio era ancora presente, portando a nuove colonizzazioni e danni di lì a poco.

A riguardo ho avuto anche una discussione con il direttore di un giornale che aveva pubblicato questa notizia, perché gli dissi: “Benché noi giornalisti dobbiamo pubblicare le notizie, dovremmo prima verificarle.” E lui mi rispose:” Abbiamo dato la notizia perché questo è il nostro compito. Se desiderate diffondere una notizia contraria, vi offriamo lo spazio”. Ciò pur sapendo che le precisazioni spesso sono inutili. E nel frattempo chissà quante copie hanno venduto, facendo pubblicità a chi promuoveva l’acqua informatizzata mentre gli alberi morivano ugualmente.
Interviene Marco Rocca: “Si sostiene che il compito del giornalista non sia semplicemente quello di registrare le dichiarazioni di chi afferma che il tempo è bello e di chi sostiene che piove, ma di fare entrambe le cose: uscire e verificare se effettivamente piove”.
Continua Donatello Sandroni: Esattamente: io, che ho intrapreso la carriera giornalistica come una vocazione tardiva, a volte faccio fatica a identificarmi nel comportamento di molti miei colleghi. Forse perché provengo da un background tecnico e scientifico e sono giunto al giornalismo successivamente, non condivido questa mentalità. Non pubblicherei mai qualcosa che mi insospettisce senza aver prima verificato. Il problema è che mi ci vuole una settimana per verificare e nel frattempo mi sono bruciato la notizia. Dato che oggi conta più la rapidità nel pubblicare una notizia piuttosto che la notizia stessa, siamo tutti in grave difficoltà.
Non solo M5S
Precedentemente ho affermato che avrei mantenuto un certo equilibrio, soprattutto per quanto riguarda la politica. A questo proposito, dobbiamo menzionare un importante esponente politico in relazione alla questione della Xylella: Michele Emiliano, governatore della Puglia da tempo immemorabile. Pur non essendo direttamente coinvolto nel piano di azione, la sua posizione di governatore gli conferisce una responsabilità significativa come rappresentante delle istituzioni. Di conseguenza, dovrebbe sostenere tutte quelle iniziative volte a difendere i principi ufficiali della scienza e le normative in vigore. Di seguito, riporto una serie di sue dichiarazioni, estratte da articoli che includono anche i relativi link, per chi fosse interessato.

“L’UE insiste, e su questo ci stiamo battendo, per eradicare le piante sane nel raggio di cento metri – sottolinea Emiliano -. La ragione per cui tra breve incontrerò il commissario alla Salute è per convincerlo ad evitare un provvedimento di queste proporzioni e che a noi sembra sproporzionato. Per il vero, come noto, a noi sembra sproporzionato anche il taglio delle piante malate perché pensiamo che sia necessario trovare una maniera per curarle”. (Da Quotidiano di Puglia – articolo di Maria Claudia Minerva)
Sorprendentemente, Emiliano non era favorevole nemmeno all’abbattimento delle piante malate e quindi si opponeva non solo all’eliminazione delle piante nelle vicinanze dei focolai, ma anche all’abbattimento dei focolai stessi.
Un altro articolo sottolinea come “«Questa strategia – prosegue Emiliano – viene messa totalmente in dubbio dalle indagini effettuate da magistrati scrupolosi, prestigiosi e notoriamente stimati per la prudenza che li ha sempre contraddistinti nell’esercizio delle funzioni». Da Ansa
Prima di diventare governatore, giova ricordare come Emiliano fosse anch’egli magistrato. I magistrati di Lecce, aprendo un’inchiesta, avevano bloccato l’intero piano ed Emiliano dichiarò quindi di aver tirato un sospiro di sollievo, trovandosi tra l’incudine e il martello: se avesse appoggiato il piano Silletti, avrebbe perso metà dell’elettorato pugliese. Tuttavia, non poteva nemmeno esprimersi apertamente contro, benché poi in un certo senso lo abbia fatto. Con l’intervento dei magistrati di Lecce che bloccarono il piano, Emiliano ha avuto sì un momento di sollievo, come se avesse potuto finalmente respirare. Rimangono, però, alcune sue osservazioni e se poteste aiutarmi a comprenderne il senso ve ne sarei grato.
“Tagliare adesso sembrerebbe un po’ come quando nei campi di concentramento della Shoah vi uccidevano gli ultimi prigionieri mentre arrivavano gli Alleati.” (Da Il Foglio – articolo di Luciano Capone).
Non nego di capire parzialmente il paragone tra l’abbattimento degli alberi e l’uccisione dei prigionieri da parte dei nazisti i quali, in preda all’irrazionalità, prima di fuggire davanti all’avanzata dei carri armati russi uccidevano quanti più prigionieri possibile, provando pure un certo piacere. È tuttavia diverso il caso in cui c’è chi, abbattendo alberi, non seguiva alcuna ideologia né tanto meno provava piacere. Di fronte a tali ragionamenti si resta quindi necessariamente perplessi.
«A giugno 2020, nell’imminenza delle elezioni regionali, un incredibile Michele Emiliano, in una diretta Facebook, affermava: “Da quattro anni la Xylella è ferma, caso vuole che io sono presidente da quattro anni”.» (Da Il Foglio – articolo di Enrico Bucci)
In prossimità delle elezioni regionali Emiliano sosteneva che l’epidemia di Xylella fosse sotto controllo. In realtà, non si era arrestata, ma solo rallentata. Nonostante ciò, dopo quattro anni di presidenza durante i quali molti si attribuirono meriti non dovuti, la Xylella aveva devastato tre quarti del Salento.
«Emiliano lasciato solo nella lotta alla Xylella: «Ho fatto tutto il possibile» (Da Gazzetta del Mezzogiorno – articolo di Alessandro Flavetta). Gliene diamo atto.
Ricordiamo inoltre Maurizio Martina, colui che nel 2020 firmò un decreto di lotta obbligatoria al vettore di Xylella che imponeva diserbi, incluso glifosate, e trattamenti insetticidi alle chiome. Tre anni dopo, durante la campagna elettorale, pur essendo un perito agrario informato, promise di eliminare l’uso dei pesticidi in agricoltura entro il 2025. Questo nonostante nel 2020 avesse sottoscritto quel decreto che prevedeva proprio l’uso dei “pesticidi” – termine che uso nonostante le mie riserve – poiché ne riconosceva allora l’utilità e la necessità.

Poi, però, per motivi elettorali, alimentò l’avversione verso questi prodotti, dimostrando che alcuni politici sarebbero disposti a qualsiasi compromesso pur di ottenere voti.
Il ruolo dei media sul caso Xylella

“Xylella: emergenza o speculazione?”: anche in questa occasione, emerge il contrasto tra una patologia e un’accusa di frode.

Le analisi contestate furono menzionate anche da Patrizia Gentilini dell’ISDE, Associazione Medici per l’Ambiente, fortemente contrari all’uso dei pesticidi in ogni ambito. Il supposto attacco alla salute pubblica, per Patrizia Gentilini, si manifesterebbe tramite la Xylella, vista sia come pretesto, sia come emergenza sanitaria da affrontare invece con serietà.
Nel gruppo di persone che in tale occasione si mobilitarono per sollevare interrogazioni parlamentari e visite sul campo, prevaleva l’opposizione all’uso di prodotti per controllare il vettore della malattia. Tra questi, Laura Margottini, autrice di numerosi articoli sulla Xylella, il già visto Lello Ciampolillo, che intervenne in Parlamento riguardo la coltivazione degli oliveti, e Saverio De Bonis.

Quest’ultimo, noto per aver sollevato la questione del grano canadese trattato con glifosate, ottenne una notorietà che lo portò all’elezione in Senato nelle file del Movimento 5 Stelle. Successivamente, fu espulso dal movimento stesso per aver ricevuto indebitamente contributi pubblici, perdendo così credibilità e la possibilità di essere rieletto nelle file del M5S. Dopo essere passato dal Gruppo Misto e infine approdato ad altri lidi politici, oggi Saverio De Bonis non è più in Senato.
La situazione attorno al caso Xylella riflette quindi una politica di basso profilo, inadeguata ad affrontare una simile sfida.
E poi si prosegue con i media che ipotizzano omertà e interessi sulla Xylella: “il giudice stronca gli scienziati”. Peccato poi l’inchiesta sia finita in un nulla di fatto.

Altri titoli del genere, spesso copia-incollati pedissequamente: “Non ci sono certezze”, o “la bufala Xylella”.




C’è stato molto allarmismo riguardo l’uso degli agrofarmaci. Tra i prodotti impiegati vi era anche l’Imidacloprid, che oggi non è più autorizzato, ma che all’epoca era considerato tra i prodotti ammissibili per combattere il Phylaenus. È importante sottolineare che molti sostenevano la necessità di aderire all’agricoltura biologica, ma in quel periodo l’unico prodotto biologico autorizzato, in deroga, era l’estratto di oli essenziali di arancio dolce, prodotto interessante anche per le sue proprietà contro l’oidio e la botrite. Questo prodotto non era però completamente efficace contro Phylaenus. Si possono cioè paragonare certi trattamenti a una zanzariera abbassata solo a metà, attraverso la quale gli insetti possono comunque passare. In altre parole, servono prodotti talmente efficaci da eliminare completamente la popolazione del vettore, non solo una parte.
Inoltre, immaginate se tutta l’olivicoltura pugliese fosse stata biologica, limitata quindi all’uso dell’olio essenziale di arancio dolce: ci sarebbe stato sufficiente arancio dolce disponibile? Derivando però dalle bucce delle arance utilizzate per la produzione di succhi, l’estratto di oli essenziali di arancio dolce rappresenta comunque un caso esemplare di economia circolare.
Tuttavia, per quanto riguarda la lotta alla Xylella, il suo impatto era minimo. Un dramma, pensando che era l’unico strumento disponibile per gli olivicoltori biologici.
Si è infine generato un acceso dibattito tra Enrico Bucci e Laura Margottini, da me menzionata in precedenza, che ha scritto numerosi articoli sulla Xylella e contro gli abbattimenti. Enrico Bucci, qui citato come il professore senza cattedra, elaborò una critica verso uno studio in cui si proponeva una possibile cura per gli ulivi affetti da Xylella. Tale critica, che peraltro formulammo insieme, era rivolta a un esperimento di campo con un fertilizzante che se somministrato agli ulivi 6-7 volte all’anno ne migliorava le condizioni.
Del resto, se un individuo è malato somministrare dosi di cortisone, come sanno bene i veterinari, può avere effetti sorprendenti, specialmente sui gatti, ma ciò non equivale a una cura definitiva. Questo fertilizzante divenne però molto popolare e generò ingenti profitti per l’azienda, di cui peraltro ero all’epoca consulente. Curiosamente, dopo la pubblicazione di quell’articolo non ne fui più consulente.
Francamente, però, avendo lavorato come sperimentatore sul campo per quattro anni, se quel test l’avessi presentato io al mio capo di allora mi avrebbe buttato fuori a calci. Nonostante ciò, lo studio dimostrava che quel fertilizzante, lì per lì, dava un sollievo alle piante. Quindi ne venne usato in grandi quantità, scambiandolo per una cura vera e propria.
Andiamo avanti, velocemente: di seguito rispunta il famoso 2,3% – 1,8% che vi ho citato prima. Peccato che dalla fascia di contenimento in giù sia morto praticamente tutto.

E via di seguito: “Ulivi malati, non si può dare la colpa alla Xylella”, quando siamo già nel 2017. Stiamo cioè parlando di almeno 6-7 anni in cui la Xylella ha fatto disastri, ma ancora si continuava a dire che non era lei a fare morire gli ulivi. E qui, un’altra perla di mal interpretazione dei risultati scientifici: secondo la procura e i contrari agli abbattimenti non si può parlare di un organismo alieno (quindi da quarantena), poiché secondo loro sarebbe presente in Puglia da almeno 20 anni. Deduzione, questa, ricavata dall’idea che ci fossero ormai nove ceppi differenti.

Per sviluppare nove ceppi, infatti, secondo i loro calcoli complessi ci volevano almeno 20 anni di tempo. Peccato non fossero nove ceppi: erano banalmente nove campioni presi in posti diversi. C’era una minima variabilità genetica, ovviamente, fra le popolazioni di Xylella prese in posti diversi, ma non erano nove ceppi: erano solo nove campioni differenti. Loro invece, in base a questi nove campioni, cercarono di negare il fatto che Xylella fosse un patogeno da quarantena, sostenendo che era ormai presente in Puglia da più di 20 anni. Il tutto, volto a sottrarre gli olivi alle norme europee di contrasto ai patogeni da quarantena.

Non sono mancati nemmeno i riferimenti al paesaggio
“Salento, la Xylella non fa seccare gli ulivi, ma distrugge l’immagine della nostra meravigliosa terra”. Oggi, in certe zone di tutta quella meravigliosa terra, di tutti quegli ulivi, non c’è più traccia. A parlare di questo tema fu il gruppo musicale Sud Sound System, abbastanza noto in Puglia e, fra l’altro, mi dicono anche apprezzato. Peccato che insieme a Sabrina Guzzanti si siano uniti a sostenere la bufala della creazione della Xylella in laboratorio per sostituire gli olivi pugliesi con quelli OGM di cui abbiamo parlato all’inizio. Quindi, diciamo che anche in questo caso a discutere di Xylella non abbiamo potuto contare su dei titani della scienza.

Alcuni giornalisti quando parlano di Xylella avanzano perfino lo spettro di una “guerra chimica”. Inoltre, i documenti che scagionano lo Iam – l’istituto che lavorava insieme all’Università di Bari e all’osservatorio delle malattie delle piante – non convincono i pm. Della serie: “Qui ci sono i documenti che dimostrano una cosa, ma se hai un’idea precisa già incistata nel cervello, non te la levano neanche a cannonate.”

Si parla poi di “diktat dell’Ue” come se tutto fosse automaticamente colpa di Bruxelles. “La cura peggiore dell’infezione” è invece un’espressione utilizzata dalla Lega Tumori, riferendosi ovviamente agli agrofarmaci.
Personalmente, ho lavorato come ecotossicologo in due aree italiane particolarmente esposte all’uso di agrofarmaci: Treviso, nota per la produzione di Prosecco, e la Val d’Adige, famosa per i suoi meleti. Queste due aree si distinguono per l’ampio uso di agrofarmaci. Nonostante ciò, risultano essere le tre province con le migliori statistiche in termini di aspettativa di vita, aspettativa di vita in salute e con i minori livelli di incidenza oncologica e malattie varie. Questo potrebbe far pensare erroneamente che l’uso dei pesticidi sia benefico, dato che le province più esposte a critiche per il loro sono anche quelle con i migliori indicatori di salute. Forse ci sarebbe da riflettere su questo punto, prima di spargere allarmi privi di senso e motivazione.
Epidemie a confronto
Durante le mie indagini ho affrontato anche un contesto a me non familiare, quello dell’epidemiologia umana, richiedendo quindi particolare attenzione nell’accesso alle fonti e ai documenti ufficiali. Lavorare in un ambito al di fuori della propria specializzazione richiede infatti un’attenzione decuplicata rispetto al solito. Ho deciso quindi di navigare attraverso lo studio di tre diverse epidemie, analizzando le modalità con cui sono state affrontate. Mi sono occupato della Xylella degli ulivi e della flavescenza dorata della vite, oltre al COVID-19, trovando similitudini anche nel modo di combattere i vettori di queste malattie.

La sottovalutazione dei rischi è stata un elemento comune in tutti e tre i casi: un atteggiamento di minimizzazione iniziale, come nel caso del COVID-19 a Wuhan, pensando che non fosse nulla di preoccupante. Vivo a 15 km dall’ospedale di Codogno, dove è stato registrato il primo caso ufficiale di COVID-19 in Italia, e mi sono reso conto di averlo avuto vicino senza saperlo. Quindi, posso comprendere la tendenza alla sottovalutazione che si è verificata anche per la flavescenza dorata e la Xylella, dove inizialmente è stata minimizzata la gravità della situazione.
Il negazionismo è poi un altro fenomeno comune che abbiamo più volte osservato: inizialmente si nega l’esistenza del patogeno per evitare di dover prendere provvedimenti. Parallelamente, esistono però interessi che sostengono sia il negazionismo sia il complottismo, quest’ultimo effettivamente presente sia per la Xylella, sia per il COVID-19.
Si è cioè creato uno scisma: da una parte, c’erano i negazionisti che minimizzavano la situazione; dall’altra, chi affermava che il problema fosse serio al fine di attribuirne la colpa alle multinazionali per trovare un capro espiatorio. Questo ha generato due fazioni: chi minimizzava e chi esagerava.
Abbiamo quindi visto pseudoscienze di ogni tipo, come l’acqua ‘informatizzata’ contro la Xylella, o chi vendeva compost contro la flavescenza, sostenendo che non fosse un patogeno a causare la malattia delle viti, bensì uno squilibrio nutrizionale. “Usa il mio terriccio e risanerai l’intero vigneto invece di doverne estirpare una parte”. Poi le viti morivano comunque, con o senza terriccio miracoloso.
Per quanto riguarda il COVID, l’abbiamo sperimentato tutti: complottismo e pseudoscienze, ovvero ogni sorta di illusione priva di fondamento scientifico. Stranamente, sul tema della flavescenza non si sono invece diffuse fake news di stampo complottista, a differenza delle tensioni sociali che in Puglia hanno portato a confronti quasi armati tra chi era a favore e chi contro il taglio degli olivi. A conferma, anche per il COVID abbiamo assistito all’aggressività dei no-vax. Ma cosa è successo con la flavescenza? Niente, nonostante sia un’epidemia grave che colpisce i vigneti, quindi di rilievo significativo.
La Flavescenza ha colpito diverse aree, dapprima il Piemonte e ora si è diffusa ampiamente nel Triveneto. Le contromisure rimangono quelle consuete: eliminare il vettore ed estirpare le piante infette. Pochi dibattiti in tal caso, né si registrano cortei o persone incatenate alle vigne come accade quando si tratti di olivi monumentali. Un vigneto viene infatti rinnovato ogni 20-25 anni: nella percezione comune non c’è quindi un legame emotivo con le singole piante di vite e la loro rimozione non ha quindi scatenato particolari tensioni sociali. Probabilmente, questo ha contribuito alla relativa tranquillità con cui è stata gestita la Flavescenza.
La storia di ripete

“Historia est Magistra Vitae”, affermava il saggio Cicerone. Recentemente a Triggiano, poco a sud di Bari, sono stati scoperti sei alberi di mandorlo infettati da Xylella fastidiosa, per l’esattezza dalla sottospecie Xylella fastidiosa fastidiosa. Cioè il ceppo responsabile della malattia di Pierce che colpisce la vite. Ed è importante sottolineare come Bari rappresenti la provincia italiana leader nella produzione di uva da tavola. Avete idea delle potenziali conseguenze se il batterio dovesse contagiare le viti?
(Nota post-convegno: ora Xylella f. f. è stata rinvenuta anche su alcune piante di fico e di vite. Si attendono sviluppi):
Purtroppo, devo contraddire Cicerone: sembra che la lezione della storia non sia stata appresa. Gli ispettori incaricati di monitorare la situazione e di esaminare le piante colpite per comprendere l’ampiezza del problema, hanno infatti trovato le gomme delle loro automobili tagliate al ritorno dalle ispezioni nei campi. Un chiaro atto intimidatorio.
Concludendo, la situazione è realmente interessante e rivela, come spesso accade nelle epidemie, una lacuna critica: la comunicazione insufficiente tra le istituzioni, gli esperti e la popolazione. Risulta poi sorprendente che, nonostante la Xylella non fosse un agente patogeno sconosciuto nell’ambito agronomico, anzi fosse ben noto per i suoi effetti devastanti, la reazione sia stata così tardiva. Una volta accertata la presenza del batterio e compresa la gravità del suo impatto, il passo successivo naturale avrebbe dovuto essere un’azione decisa e tempestiva. Cosa che non è avvenuta.
In realtà, dopo aver visto parte della presentazione di Alberto Laddomada, ho notato che viene attribuita un’importanza cruciale al ruolo di leadership nell’azione condotta in Sardegna contro la peste suina africana.
Questo aspetto è purtroppo mancato completamente altrove, come nel caso Xylella, mancando una figura che affermasse: “La situazione è critica, è necessario ascoltare chi sa come arginare questo problema e conferirgli il potere di agire”. Invece, si è verificato un letale vuoto di leadership.
Avremmo in tal senso beneficiato della presenza di un leader come Camillo Benso, Conte di Cavour. Questi, di fronte all’arrivo dell’oidio, un fungo che infettava le viti nel Nord Italia, non si perse in soluzioni fantasiose, ma si rivolse agli agronomi dell’epoca dicendo: “Riunitevi, studiate un sistema e salvate i vigneti dall’oidio”. Scoprirono così che lo zolfo era efficace contro la malattia. In quel caso, fu l’intervento politico di Camillo Benso a spingere i tecnici a trovare una soluzione, delegando poi gli scienziati a implementarla. Quasi due secoli dopo, forse, le cose sono cambiate. In peggio.
Conclusioni
Dal punto di vista sociale e mediatico è auspicabile che i media non alimentino ulteriormente la situazione. Attualmente, i media rappresentano infatti gran parte del problema. In passato, per esempio, le notizie su eventi tragici come le morti improvvise di individui qualunque venivano pubblicate solo dal giornale parrocchiale, a beneficio dei concittadini e degli stretti conoscenti: oggi simili non-notizie circolano ampiamente sui social e sui media, strizzando l’occhio ai complottisti no-vax e suscitando in essi reazioni di svariato genere. I media moderni, alla ricerca costante dello scoop, contribuiscono cioè a uno dei peggiori drammi della nostra società.
Questa dinamica si è manifestata chiaramente durante un convegno a Cremona, in occasione del quale un rappresentante del Ministero dell’Agricoltura portò testimonianza di un fatto per certi versi sconcertante: in una conferenza stampa, indetta dal Ministero stesso, egli aveva presentato dati eccellenti sull’analisi dei residui nell’ortofrutta italiana. Un giornalista di una nota testata giornalistica, tuttavia, esclamò che tali informazioni erano irrilevanti per lui, poiché non costituivano ‘notizia’. Di fronte a una conferenza stampa ministeriale che comunicava dati positivi, la sua reazione fu quindi di completo disinteresse, dimostrando il livello problematico di parte della nostra stampa generalista. Questa situazione solleva interrogativi profondi sul modo in cui dovremmo reagire a tale atteggiamento. Attenderei osservazioni dal pubblico su questo argomento, sebbene desideri ascoltare prima l’intervento di Alberto Laddomada, prevedendo numerose similitudini.
Domande e risposte
Davide Calderone: Mi chiamo Davide Calderone e ricopro la carica di direttore di Assica, l’associazione che rappresenta l’industria delle carni e dei salumi. Attualmente, sto attendendo con particolare interesse la relazione sulla peste suina, data la mia diretta implicazione in questo ambito. Vorrei condividere una riflessione, proveniente dalla mia formazione di veterinario non praticante, riguardo l’uso degli antibiotici nelle piante, un argomento toccato brevemente. È stato menzionato che i batteri possono essere trattati con antibiotici, ma la loro applicazione è proibita, suscitando la mia curiosità.
Donatello Sandroni:
Non è consentito impiegare alcuna misura di questo tipo nella patologia vegetale in Europa, in quanto espressamente proibito per legge. Negli Stati Uniti, tuttavia, per combattere alcuni batteri che colpiscono gli agrumi si sono adottate tecniche di iniezione di antibiotici direttamente nel tronco degli alberi. Si è cioè ricorso alla somministrazione mediante endoterapia, introducendoli nei vasi linfatici delle piante. Questo metodo si è rivelato efficace nel curare le malattie causate da batteri che non avevano mai incontrato antibiotici prima, mostrando quindi una sensibilità elevata. Tuttavia, il problema sorge quando si considerano le vaste aree da trattare, che possono estendersi per migliaia o milioni di ettari. L’uso di antibiotici in tali quantità comporterebbe il rilascio di tonnellate di sostanze nell’ambiente, portando quindi al rifiuto di tale pratica in agricoltura con un chiaro “no” all’uso degli antibiotici. Nonostante ciò, è innegabile che gli antibiotici sarebbero efficaci.
Da un punto di vista laico, nelle fasi iniziali dell’infezione si potrebbe considerare l’ipotesi di intervenire alle prime avvisaglie di malattia, ma questa rimane un’ipotesi comunque assurda per quanto riguarda la cura delle piante: dobbiamo già confrontarci con il problema dell’antibioticoresistenza, contro la quale stiamo combattendo duramente. L’idea di utilizzare gli antibiotici anche in agricoltura è perciò inaccettabile. È noto che alcune pratiche illegali si siano verificate, ad esempio nel Ferrarese per trattare il colpo di fuoco batterico dei peri, dove alcuni “santoni” erano chiamati a intervenire clandestinamente con iniezioni di antibiotici direttamente nel tronco delle piante affette. Ma si tratta di comportamenti da Codice Penale.Ho avuto persino una discussione con una persona che criticava le pratiche di eradicazione della Xylella “scoprendo” che gli antibiotici possono effettivamente curare i batteri. È noto che tali pratiche sono proibite in agricoltura e per ottime ragioni. A volte, alcune leggi possono sembrare discutibili, ma in questo caso la loro validità non è in dubbio. È evidente che, sebbene la pianta possa sopravvivere al trattamento, il potenziale danno ambientale e per la salute umana è troppo elevato, considerando anche il rischio di rendere i batteri resistenti agli antibiotici. Quindi, esistono motivi validi per cui questa pratica non dovrebbe essere adottata.
Eppure, è frustrante sapere di avere una possibile cura senza poterla utilizzare. Gli ottimi motivi per evitare tale pratica sono evidenti, anche considerando i residui che potrebbero rimanere negli alimenti. Sebbene ci potrebbe essere margine per gestire i tempi di sospensione dell’uso di antibiotici, la loro somministrazione è fondamentalmente inappropriata. Inoltre, per trattare un imponente ulivo secolare si dovrebbe ricorrere a molteplici iniezioni in diversi punti con dosaggi elevati, a causa della natura indipendente dei canali linfatici all’interno dell’albero, rendendo impossibile un trattamento efficace con una singola dose di antibiotico. Di conseguenza, l’unica opzione rimane l’abbattimento della pianta, un approccio simile a quello adottato nel caso dell’influenza aviaria negli allevamenti, dove l’unico rimedio è lo stamping out.


Rispondi