Peste suina africana: quando i problemi non si risolvono con l’ideologia.

Qualche settimana fa abbiamo letto sulla pagina Facebook di Greenpeace (un’organizzazione internazionale promotrice di molte battaglie, alcune condivisibili, altre no) un post che tuonava contro gli allevamenti intensivi di suini, individuati quali “focolai di virus, luoghi di sofferenza animale e di inquinamento” e di conseguenza proponeva di “fermarli”. Tale proposta, molto semplicistica, incarna lo spirito di chi agisce senza portare il peso diretto delle conseguenze delle proprie azioni. L’unico effetto è canalizzare nuovo consenso e adesioni all’organizzazione piuttosto che offrire una risposta concreta al problema della Peste Suina Africana (PSA).

Siamo di fronte ad un problema che è oggi di scala mondiale, ma non dobbiamo dimenticare che il virus della PSA è originario dell’Africa. Nelle immense savane a sud del Sahara, infatti, il virus è presente in alcune specie di zecche e in un suide selvatico, il facocero, in cui non causa alcuna forma di malattia. La PSA è un esempio delle sfide sanitarie che si devono affrontare nel mondo moderno: un virus che non causa problemi nel suo ambiente originario, diviene devastante altrove.
In molti paesi Europei, Italia compresa, il principale animale-bersaglio del virus non è il suino dell’allevamento intensivo, è il cinghiale: oltre il 90% di questi animali muoiono a causa della malattia. E’ di questi giorni la notizia che la PSA è responsabile di una strage di cinghiali in corso nel centro di Genova. Cosa c’entrano gli allevamenti intensivi?
La morte causata dal virus non è morte rapida come quella al macello o in caso degli abbattimenti che le autorità sanitarie mettono in atto per contrastare il propagarsi della malattia: gli animali colpiti dalla PSA presentano sintomi come vasculite (ovvero l’infiammazione dei vasi sanguigni), e quando vengono interessati vasi di piccolo calibro, questi ultimi possono rompersi, causando infiltrazioni sanguigne, di conseguenza ci saranno anche eritemi, petecchie (piccole macchie di sangue), emorragie nei polmoni, nei reni e in vari organi interni. Ci sono anche linfonodi duri, infiammati, dolorosi (linfadenite, emorragica, per via di quest’infiammazione dei vasi sanguigni), dolori articolari, febbre, vomito e diarrea. L’animale sarà pertanto debole, dolorante, abbattuto. Qualche volta l’animale muore soffocato a causa di un edema polmonare (acqua nei polmoni). 

Non è possibile calcolare con precisione quanti cinghiali siano stati colpiti in Europa (ed in Asia) a causa della PSA dopo il suo arrivo dall’Africa nel 2007, ma è possibile stimare cifre dell’ordine di centinaia di migliaia di capi. 
Dai cinghiali, poi, la malattia tende a diffondersi anche tra i suini domestici, dove le conseguenze della malattia risultano ulteriormente amplificate, a prescindere che siano allevati in allevamenti intensivi che estensivi o addirittura liberi al pascolo brado. Non esiste né un vaccino né una cura contro la PSA ed ovviamente i numeri degli animali colpiti crescono se ad essere colpite dalla malattia sono le zone dove è più diffuso l’allevamento del suino, come ad esempio alcune zone della Lombardia. Ed è proprio in Provincia di Pavia che la PSA ha causato i problemi maggiori nei mesi scorsi, dove si è ricorso all’abbattimento di molte migliaia di capi per fermare, con successo, l’espandersi della malattia negli allevamenti. Dove la malattia, proveniente dai cinghiali, non ha colpito solo alcuni allevamenti intensivi, ma anche aziende di piccole dimensioni e perfino il rifugio “Cuori Liberi”. Purtroppo siamo di fronte ad un virus molto insidioso e pericoloso, che non fa alcuna differenza tra suini selvatici (cinghiali) e suini allevati, suini “buoni” (quelli dei rifugi) o suini “cattivi” (quelli allevati per produrre alimenti).

La situazione PSA in Lombardia, citata nel post di Greenpeace (che si dimentica dell’importante risultato ottenuto a seguito degli abbattimenti effettuati), è sicuramente molto seria, ma è pretestuoso addurla a motivo della richiesta di “fermare” gli allevamenti intensivi. A conferma di questo, si guardi a quanto successo in questi anni in Sardegna, dove gli allevamenti intensivi sono molto pochi, ma si è riusciti finalmente a contrastare efficacemente la PSA a seguito degli abbattimenti di maiali tenuti allo stato brado, che vivevano a contatto con i cinghiali. Decisione antipatica ma necessaria.

Scienziati ed esperti di tutto il mondo sono alla ricerca di un vaccino, che possa aiutare a sconfiggere questa malattia senza ricorrere a misure draconiane come gli abbattimenti di migliaia di capi; ma i risultati finora ottenuti sono stati, ahimè, ben inferiori alle aspettative. Si sta lavorando intensamente ma nessuno può dire quanto tempo sarà ancora necessario per poter disporre di un tale strumento, che potrebbe essere utilizzato con successo anche nei cinghiali (ci sono valide esperienze di controllo ed eradicazione di malattie della fauna selvatica, grazie ai vaccini). 

Visto che ancora non disponiamo di un vaccino contro la PSA, ipotizziamo di fermare gli allevamenti intensivi, come proposto da Greenpeace: la PSA continuerebbe diffondersi nei nostri cinghiali, negli allevamenti non intensivi (o biologici) e nei santuari, come è successo a quello di Cuori Liberi.

La PSA, infatti, si diffonde anche negli allevamenti non intensivi o familiari, che sono un’importante fonte di sostentamento per milioni di persone a basso reddito, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Si vedano in proposito i documenti della FAO che denunciano come la PSA stia causando in questi mesi serissimi problemi in paesi come il Bangladesh, l’Indonesia, l’India, il Vietnam o le Filippine. La PSA, inoltre, sta mettendo a rischio popolazioni di suini selvatici come il cinghiale barbato del Borneo, con gravi conseguenze per le popolazioni locali che sono tradizionalmente dedite alla caccia di questi animali a scopo alimentare.

La PSA è un problema molto, molto serio, così come tutte le gravi malattie trasmissibili, sia degli animali che dell’uomo: oltre alla terribile esperienza vissuta recentemente in tutto il mondo con il Covid, vale la pena ricordare che malattie come la malaria, la tubercolosi, l’influenza e l’HIV continuano a causare milioni di morti ogni anno a livello globale; e che si teme che l’influenza aviaria – che si diffonde con gli uccelli migratori – possa causare una nuova pandemia umana. E problemi di questa ampiezza non si risolvono con un approccio ideologico, utilizzando pretestuosamente la PSA a giustificazione della “chiusura” degli allevamenti intensivi. Per affrontare questi problemi, si deve invece cercare ogni giorno di migliorare le nostre conoscenze e sviluppare ulteriormente quegli strumenti che l’innovazione può mettere a nostra disposizione (si pensi al vaccino contro il Covid, un successo innegabile del progresso scientifico, di cui non vuole prendere atto solo chi ha gli occhi foderati di prosciutto). La risposta alla PSA sarà trovata quindi grazie alla scienza e non con facili slogan. Spero sinceramente che anche i simpatizzanti di Greenpeace se ne convincano: “l’immaginazione al potere”, frase felicemente coniata dal filosofo Herbert Marcuse, era diventata una bellissima parola d’ordine degli studenti francesi che protestavano nel maggio del 1968; ma è rimasto solo uno slogan.

Qui di seguito alleghiamo due articoli che spiegano nel dettaglio dove e come si è riusciti ad eradicare la PSA.


One response to “Peste suina africana: quando i problemi non si risolvono con l’ideologia.”

  1. […] Per approfondire:Veterinari Uniti per la Salute. (2023, 3 agosto). Mentre i droni animalisti volano sopra l’ATS veterinaria di Pavia. (link)Veterinari Uniti per la Salute. (2023, 8 ottobre). Perché le richieste dei Santuari di considerare i suini come animale da compagnia rappresenta un rischio per la salute pubblica. (link)Veterinari Uniti per la Salute. (2023, 8 ottobre). Perché non condividiamo la lettera di “Veterinari con i Santuari”. (link)Veterinari Uniti per la Salute. (2023, 8 ottobre). Position paper sulla Peste Suina Africana, in merito ai fatti avvenuti presso il santuario “Cuori Liberi”. (link)Trogu, E., & Veterinari Uniti per la Salute. (2023, 11 ottobre). La Peste Suina Africana nella provincia di Pavia, fatti e considerazioni. (link)Veterinari Uniti per la Salute. (2023, 19 ottobre). La verità su quanto accaduto al Rifugio Cuori Liberi. (link)Veterinari Uniti per la Salute. (2023, 19 ottobre). Si poteva evitare di abbattere i suini del Rifugio Cuori Liberi?. (link)Veterinari Uniti per la Salute. (2023, 20 ottobre). Come e perché è nata l’Animal Health Law. (link)Veterinari Uniti per la Salute. (2023, 4 novembre). PSA: Il vuoto comunicativo contro la disinformazione e il problema delle richieste di deregolamentazione. (link)Veterinari Uniti per la Salute. (2023, 19 novembre). Il Ministero andrà a Bruxelles per chiedere regole speciali per i suini dei “Santuari”: perché è una presa in giro sia per i veterinari pubblici che per gli animalisti. (link)Veterinari Uniti per la Salute. (2023, 6 dicembre). La disinformazione di Report. (link)Veterinari Uniti per la Salute. (2024, 2 febbraio). Peste suina africana: quando i problemi non si risolvono con l’ideologia. (link) […]

Rispondi

Scopri di più da Veterinari uniti per la salute

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere