Epidemie e pandemie nella storia dell’umanità. Un approccio Paleopatologico

Prof. Francesco Maria Galassi: Ci tengo a ringraziarvi molto per questo invito e, in particolar modo, ringrazio Giulia Corsini, con cui collaboro ormai da tanti anni e condivido un rapporto di forte amicizia. Ringrazio anche il professor Giorgio Cantelli Forti, che come me appartiene alla Rubiconia Accademia dei Filopatridi. Mi dispiace non poterlo incontrare di persona, ma i numerosi appuntamenti accademici mi tengono lontano da Bologna. 

Se volessimo parlare di pandemie nella storia e dell’approccio paleopatologico a esse, probabilmente non basterebbe una settimana. Cercherò dunque di sintetizzare un po’ alcuni aspetti.

Cerchiamo di analizzare alcuni punti chiave che ci permetteranno di capire come mai l’ultima pandemia di COVID-19 non sia altro che l’ennesima riproposizione sulla scena della storia di un dramma, i cui personaggi possono variare nel corso del tempo, ma che essenzialmente si ripresenta nella stessa forma e con gli stessi impatti devastanti sulle popolazioni umane. 

Inizio con la presentazione di questa opera pittorica, un dipinto realizzato da Paul Dominique Philippoteaux, alla fine del XIX secolo. 

Credits: https://www.leicestergalleries.com/browse-artwork-detail/MTkxMDg= 

Come potete chiaramente osservare, ritrae una scena ambientata in Egitto. Sono raffigurati i membri di una missione scientifica impegnati nell’autopsia di una mummia. Vedete qui intorno alcune signore che osservano la scena, divise tra l’orrore e il divertimento, mentre alcuni abitanti nativi di queste terre assistono con disincanto e disinteresse, subendo ciò che rappresenta un’imposizione del volere coloniale. Ebbene, si potrebbe dire che così nacque la paleopatologia in terra d’Egitto, ossia uno studio inizialmente mosso più da curiosità erudite sulle malattie e sull’antropologia degli antichi abitanti di quel paese. Col passare del tempo, in particolare dopo le guerre mondiali, la paleopatologia ha assunto una dimensione pienamente scientifica, permettendo di ricostruire l’antichità delle malattie, sia quelle infettive sia quelle di natura più sistemica e organica, legate quindi all’invecchiamento e all’età adulta.

Pensiamo, ad esempio, al cancro e alle malattie cardiovascolari, delle quali non si conosceva l’esistenza nell’antichità se non a partire da qualche scarno riferimento letterario. 

Parlando nello specifico di malattie infettive, vediamo come una patologia che oggi è di fortissimo ritorno anche in Europa, complici le migrazioni e la resistenza antibiotica, la tubercolosi fosse già presente nell’antichità. Qui vedete, ad esempio, l’immagine della mummia di Nespaheran, una mummia egizia appartenuta alla XXI dinastia. Siamo intorno a 1000 anni prima di Cristo, caratterizzata dalla tipica conformazione a ipercifosi del tratto toracico della colonna vertebrale, anche con un ascesso del muscolo psoas. Quindi, vedete come questa patologia fosse già presente. Vi sono numerosissimi esempi nelle collezioni museali di questa condizione osteologica della tubercolosi, ma vedete ancora come possa affliggere numerosi individui ai giorni nostri laddove non ci sia una prevenzione adeguata, una somministrazione di antibiotici evidentemente sufficiente. 

 Anche le arti figurative ci aiutano da questo punto di vista. Vedete qui, ad esempio, una figurina egiziana di epoca predinastica; siamo tra il 5000-3000 anni prima di Cristo, e vedete la tipica morfologia del morbo di Pott. La ritroviamo anche in una statuetta che ho studiato alcuni anni fa presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Qui vedete: si tratta di una divinità, Arpocrate, quindi una divinità sincretica, parte greca, parte egizia, con alcune caratteristiche, diciamo, corporee alquanto singolari. Chiaramente, e la finalità è proprio la fertilità, ma vedete anche questa particolarissima curvatura, questo gibbo, che ci riporta alla patologia di cui abbiamo appena parlato, una patologia che, nel corso della storia, è stata definita addirittura la peste bianca, visto il grandissimo numero di morti che ha causato.

C’era un famoso, celeberrimo poeta, John Keats, a Roma, nei primi dell’800, e fu colpito dalla tubercolosi. Morì giovanissimo, a 26 anni, ma quando si ammalò a Roma, ebbe la possibilità di essere visitato da un importante medico, lo scozzese James Clark. 

Questi gli impedì di prendere analgesici e fu convinto fino alla fine che la tubercolosi fosse causata da un problema gastrico, anche se, quando effettuò l’autopsia di Keats, vide che c’erano chiaramente delle imponenti lesioni a livello polmonare e somministrò il salasso a Keats, quindi accelerandone il decesso.

Potrebbe sembrarci assurdo che tale pratica fosse somministrata da un’autorità medica come Clark era a quel tempo. Tuttavia, non dovrebbe sorprenderci, poiché fino alla metà del 1800 la medicina era ancora profondamente influenzata dalle teorie greco-romane riguardanti l’origine delle malattie, particolarmente quelle infettive. Si credeva che le malattie infettive fossero causate da esalazioni malsane nell’aria, i cosiddetti miasmi, secondo gli antichi Greci. Non si considerava affatto la possibilità di contagio attraverso piccole particelle patogene, un concetto che era stato solo accennato, in parte, da Girolamo Fracastoro nel 1500, ma che poi, di fatto, non fu seguito.

Solo dopo la rivoluzione microbiologica si sono raggiunte le scoperte che hanno rivoluzionato la medicina. Anche un grande patologo come Virchow era molto incline a credere nelle teorie miasmatiche o, quantomeno, a non distaccarsi del tutto da esse.

La peste è un concetto particolarmente complesso, soprattutto quando si tenta di ricostruirne l’antichità per un motivo fondamentalmente lessicale. “Peste”, come potete vedere, non è altro che una derivazione, attraverso forme comparative e superlative come “peior”, “peius”, “pessimus”, dall’aggettivo latino “malus”; di conseguenza, indica genericamente una rovina, una grave catastrofe, che può, o meno, coincidere con un’epidemia. Nei linguaggi moderni esistono altri termini, ad esempio “plague” in inglese, che proviene dal latino “plaga”. Anche in questo caso, troviamo significati piuttosto generici, che derivano da una radice indoeuropea, “plague”, incorporando il concetto di colpo o ferita, un assalto diretto dall’alto verso il basso, dalle divinità, per punire le popolazioni colpevoli. Questa era, in sostanza, la concezione che gli antichi avevano della malattia infettiva e contagiosa. Oggi, come leggiamo nella Bibbia, in Esodo, si dice “Dixit Dominus ad Moysen, ‘Una plaga, una plaga tangam Pharaonem et Aegyptum’”. “Plaga” in latino, e plegé in greco, attingono al concetto ebraico, da una lingua non europea, di “nagà”, vale a dire un intervento divino, dall’alto Verso il basso, che può essere interpretato come benevolo o malevolo, emerge quindi, in ultima analisi, la questione di schiacciare una popolazione che non si è comportata rispettosamente nei confronti della divinità. Capite quanto sia difficile, con una terminologia così vaga, ricostruire l’antichità delle patologie infettive pestilenziali.

Ci troviamo di fronte a termini molto complessi, come “morte nera”, che si riferisce esclusivamente alla peste del periodo tra il 1347 e il 1351. Nelle fonti troviamo anche riferimenti al “tifo pestilenziale”; oggi noi utilizziamo il termine “tifo” per indicare patologie diverse da quelle menzionate qui a destra nell’immagine. In passato, però, il “tifo pestilenziale” indicava la peste bubbonica. Quindi, potete vedere quanto sia complesso lo studio retrospettivo delle pestilenze, ma ciò ci permette di comprendere l’importante legame tra le malattie infettive e gli animali, ossia quale ruolo abbiano avuto gli animali nell’origine e nella diffusione di queste patologie. 

Qui potete vedere un celebre dipinto conservato al Museo d’Arte di Basilea, “La Peste” di Arnold Böcklin. In esso, la morte viene raffigurata mentre miete le vite delle popolazioni, cavalcando una creatura mostruosa con ali di pipistrello. Questa immagine evoca vividamente quanto accaduto recentemente con la pandemia di COVID-19. È importante comprendere come, nello studio delle patologie passate, risulti estremamente complesso, in alcune circostanze, distinguerle tra di loro. Ciò avviene anche perché, nel corso del tempo, le malattie mutano, e dunque la loro presentazione clinica può variare. Ad esempio, si ritiene che fino al XIX secolo d.C., il morbillo e il vaiolo fossero difficilmente distinguibili e che la loro pericolosità fosse sostanzialmente comparabile. Fu il medico arabo Rhazes a fornire per primo una distinzione clinica molto efficace, e per molto tempo, queste malattie furono 

Riflettiamo su quanto proposto da Thomas Sydenham riguardo l’uso delle bevande fredde. Da ciò, potete comprendere l’inefficacia di tale terapia. Il vaiolo, che sarebbe stato successivamente debellato grazie alle scoperte di Edward Jenner, il quale scrisse l’opera fondamentale “An Inquiry into the Causes and Effects of the Variolae Vaccinae”. Sul frontespizio di questa opera, si legge “Printed in London, Printed for the Author”, indicando che fu stampata a spese dell’autore. Nessun editore rispettabile dell’epoca si assunse la responsabilità di pubblicare un saggio che poi avrebbe rivoluzionato la storia della medicina. Questo aspetto fu profondamente compreso dall’imperatore francese Napoleone Bonaparte, che, quando gli veniva chiesto di liberare prigionieri di guerra inglesi sul territorio francese, diceva: “Non posso negare nulla a un tale benefattore dell’umanità”, riferendosi a Jenner.

Fece dunque vaccinare tutto il proprio esercito, evidenziando come la politica debba operare su un piano, su un livello superiore rispetto alle mere contese, quando si tratta di scienza. Questo esempio mi consente anche di citare il caso di Emil Adolf von Behring, che morì durante la Prima Guerra Mondiale. Nonostante Inghilterra e Germania fossero acerrime nemiche, la rivista britannica “The Lancet” gli dedicò un editoriale elogiativo, come è consuetudine per i grandi della scienza, che si occupano di vaccinazioni, terapie antibiotiche e oggi anche di farmaci antivirali, che delineano una netta separazione tra due mondi.

Guardate il Vallo di Adriano in Britannia, che proprio materializza questa divisione. Tuttavia, sappiamo che certe teorie, prive di ogni fondamento scientifico, resistono al trascorrere del tempo e riescono a collegare tra loro le epoche più disparate.

Oggi si discute del caso dell’attore americano Robert De Niro, il quale continua a sostenere che l’autismo sia causato dalle vaccinazioni. Nel XIX secolo, Lord Byron, in privato, faceva vaccinare un ragazzo a lui molto caro e, invece, in pubblico, si scagliava contro le vaccinazioni, definendole una moda passeggera e paragonandole ai Perkins Tractors, una delle più note ciarlatanerie del tempo. Questo dimostra il livello di doppia morale tra vita pubblica e privata in alcune celebrità, che possono influenzare negativamente l’impatto delle scoperte scientifiche. Per quanto riguarda la storia della vaccinazione, si racconta che Edward Jenner avesse osservato le mani di una mungitrice affette da vaiolo bovino e da ciò trasse ispirazione per la vaccinazione contro il vaiolo umano. Tuttavia, in realtà, Jenner fece seguito ad osservazioni di altri studiosi precedenti, ma si distinse per aver applicato un approccio statistico e, soprattutto, per aver pubblicato in forma compiuta le sue osservazioni, a differenza di altri, come ad esempio John Fewster, che non pubblicarono mai le proprie. In questo, Jenner fu sicuramente rivoluzionario.

Riflettiamo per un momento su cosa fosse la peste nell’antichità. La prima menzione di una zoonosi, ovvero di un’interazione tra animali e uomini all’origine delle pandemie, la troviamo nell’Iliade di Omero, attribuita forse a un eroe o a un nome collettivo utilizzato per indicare l’autore o gli autori di quest’opera. Vi è un episodio in cui Agamennone, il capo, rivolge un insulto a Crise, sacerdote di Apollo, rifiutandosi di restituirgli la figlia. Questo atto di offesa umana si trasferisce al divino: il sacerdote Crise implora Apollo di punire gli Achei. Gli antichi immaginavano la pestilenza come dardi scagliati dal dio Apollo per colpire le popolazioni ree di tale grave colpa, interpretando quindi la malattia come un intervento divino. Fortunatamente, questa interpretazione non è più presente oggi, ma vediamo quanto a lungo si è conservata. Nell’Iliade, si narra che i primi a essere colpiti furono i muli e i cani veloci, e solo successivamente gli uomini, cioè i soldati dell’esercito acheo, evidenziando già la descrizione di una zoonosi, il cui stretto contatto tra animali e uomini ha portato allo sviluppo di patologie. 

Ritornando a Jenner, se apriamo il testo da lui precedentemente citato, nelle prime pagine Jenner afferma che fu la volontà, o meglio, la brama degli uomini di soggiogare i propri desideri agli animali, ad alludere a ciò che oggi chiamiamo la grande rivoluzione neolitica, a causare l’origine di patologie infettive come il morbillo, il vaiolo, la peste e la tubercolosi. Questo perché si passò da uno stile di vita nomade a uno sedentario, aumentando significativamente l’allevamento di animali. È interessante notare come la componente religiosa sia ancora profondamente radicata nei nostri giorni.

Quando è iniziata la pandemia di COVID-19, il Ministro della Salute dell’Indonesia, che era sia un militare che un radiologo, dunque sicuramente un individuo qualificato per discutere di questi temi, parlò nelle prime fasi in cui l’Indonesia non era ancora stata colpita dalla malattia, o comunque i casi non erano stati ancora dichiarati. Il ministro affermò: “Dobbiamo a Dio il fatto di non essere stati colpiti e quindi è grazie alle nostre preghiere”. Ciò dimostra come ancora oggi la manipolazione, da un punto di vista politico-religioso, dell’effetto delle pandemie sia una realtà, e questo non dovrebbe sorprenderci.

Se nel corso dei secoli la morte, addotta dalle pestilenze, sia stata rappresentata con un fenomeno di tipo apocalittico. 

Qui vedete il celebre primo quadro di Pieter Bruegel il Vecchio, Il Trionfo della morte (ca. 1562, Museo del Prado, Madrid, Spain). Bruegel, durante la sua vita, assistette a ben due epidemie di peste bubbonica, che si ripresentarono dopo la prima grande ondata.

Queste appartenevano alla seconda pandemia di peste bubbonica, quella del 1348, descritta da Boccaccio. La malattia colpì trasversalmente tutti i settori della società: nobili, poveri, militari, e fu accompagnata, ovviamente, dalla guerra. Le descrizioni di Boccaccio sulla peste di Firenze evidenziano l’assenza di qualsiasi terapia e come questa afflizione portasse miseria alla città, al punto che l’autorità delle leggi, sia divine che umane, venisse meno e ciascuno si riteneva libero di fare ciò che voleva. Una frase particolarmente straziante riassume la tragedia: “Quanti valorosi uomini, quante belle donne, quanti leggiadri giovani, che Galeno, Ippocrate ed Esculapio, i più grandi medici dell’antichità, avrebbero giudicato sanissimi, la mattina desinarono con i loro parenti, compagni e amici, e la sera seguente cenarono nell’altro mondo con i defunti”. Si trattava, quindi, di una moria generale della popolazione. Questi concetti, espressi da Boccaccio nel 1348 d.C., trovano paralleli anche negli scritti di Tucidide, l’ateniese, nel 430 a.C. 

La causa esatta di questa pestilenza rimane sconosciuta; le interpretazioni variano dal vaiolo al morbillo alla peste bubbonica, senza una prova molecolare definitiva. Eppure, la situazione descritta rimane sorprendentemente simile.

L’aspetto più terribile della malattia era lo scoraggiamento: appena una persona si rendeva conto di essere ammalata, cadeva immediatamente nella disperazione. Questo stato d’animo li indeboliva notevolmente, al punto che non riuscivano a resistere; e il fatto che si contagiassero a vicenda mentre cercavano di curarsi, portava a morti numerose come se fossero pecore. Nessun rispetto per le divinità né per le leggi umane era in grado di trattenere questo fenomeno.

Da un lato, si riteneva indifferente essere religiosi, ossia rispettosi della divinità, poiché osservavano che la morte colpiva tutti allo stesso modo. Dall’altro lato, nessuno si aspettava di vivere abbastanza da dover affrontare un giudizio sulle proprie colpe e le relative pene. Credevano che una punizione ben più grave fosse già stata decretata contro di loro e che, prima che si manifestasse, fosse ragionevole cercare di godersi la vita. Questo distacco, questo scollamento, questa dissoluzione dei legami sociali si è vista in parte anche durante l’ultima pandemia di COVID-19. Avvicinandomi alla conclusione del mio discorso, mi piace sottolineare come i periodi pandemici offrano agli studiosi l’opportunità di riflettere anche sulle pandemie antiche.

Per comprendere i tempi in cui vissero, oggi ci riferiamo alla Morte Nera. Questo termine, sebbene derivi in parte dal latino, ha origine dall’opera di Justus Friedrich Karl Hecker, un tedesco che nel 1832 scrisse “Der Schwarze Tod”, un’opera fondamentale. Pertanto, la Morte Nera nel XIV secolo rappresenta un testo cruciale per comprendere la peste descritta da Boccaccio. Questo studio fu condotto mentre l’Europa, tra il 1826 e il 1837, era afflitta dalla seconda pandemia di colera. Questo dimostra come la riflessione su patologie, che erroneamente riteniamo estinte o appartenenti esclusivamente al passato, sia ancora rilevante nel nostro mondo, con il rischio che possano riemergere ciclicamente. In effetti, ci sono report da diverse parti del mondo che confermano la persistenza della peste bubbonica. Un caso noto è quello di Paul Gaylord, che nel 2012 subì l’amputazione di parte degli arti a causa di estese necrosi dovute a forme settiche della peste bubbonica. Ecco alcuni dati registrati nel 2015; quindi, come vedete, si tratta ancora di cifre estremamente significative.

Pertanto, come ultima riflessione, osservate questa mappa che comprende Europa, Africa e Asia. Noterete come una prima pandemia di peste, denominata peste di Giustiniano, giunse in Europa e vi persistette per circa due secoli, prima che il ceppo responsabile si estinguesse. Successivamente, dall’Asia arrivò una seconda ondata. Questa seconda pandemia di peste, conosciuta come la peste di Boccaccio del 1300, rimase in Europa fino almeno al 1720. La peste descritta da Manzoni, quella che studiamo a scuola, fa parte di questa ampia categoria di ceppi che rimasero in Europa per secoli. In seguito, questi originarono nuovi ceppi che tornarono in Asia e causarono la terza pandemia di peste bubbonica, caratterizzante la seconda metà del XIX secolo e i primi anni del XX, durante la quale fu identificato l’agente eziologico, Yersinia pestis, dal noto medico svizzero Alexandre Yersin. Ora, notate come esista una sovrapposizione tra questi flussi pandemici e questa sottile linea viola che congiunge l’Oriente con il Mediterraneo, rappresentando la Via della Seta: un crocevia di movimenti e spostamenti di persone, animali e merci. Vedrete, quindi, come i patogeni, inclusa la recente SARS-CoV-2, siano stati i primi a globalizzare il mondo, ben prima che il concetto stesso di globalizzazione emergesse nei discorsi politici.

CREDITS: Wagner et al. Yersinia pestis and the plague of Justinian 541-543 AD: a genomic analysis. Lancet Infect Dis. 2014 Apr;14(4):319-26. doi: 10.1016/S1473-3099(13)70323-2. 

Seguono qui, in appendice, alcuni effetti a livello sociale e storico delle pandemie di peste:

Marco Rocca (moderatore, Presidente di Minerva Associazione di Divulgazione Scientifica):

Francesco, ti ringrazio tantissimo per il tuo contributo. Si tratta, in effetti, di una panoramica storica che consente di mettere in prospettiva numerosi eventi, compresa la nostra esperienza diretta con la pandemia di COVID-19. Una domanda che mi sorge è: quali insegnamenti possiamo trarre osservando che, nonostante le difficoltà nello studio delle pandemie passate a causa di un approccio medico meno avanzato e di una comprensione meno accurata delle malattie, certi schemi si sono ripetuti nel corso dei millenni? Cosa possiamo imparare in vista delle future pandemie? Qual è la tua opinione in merito?

Francesco Maria Galassi:
Partiamo da un concetto fondamentale: la scienza è cumulativa, così come lo sono la negligenza e la stupidità umana. Questo rappresenta un problema enorme e sistemico, poiché commettiamo ripetutamente gli stessi errori. Riflettendo su alcune controversie che hanno segnato il dibattito scientifico nei primi mesi, nel primo anno della pandemia di COVID-19, possiamo notare una certa ripetitività. Se esaminiamo le dispute relative alla peste di Venezia del ‘500, troviamo situazioni persino più accese rispetto a quelle contemporanee. La storia, dunque, tende a ripetersi. Ciò che dobbiamo fare è preservare la memoria di questi eventi e, soprattutto, non trascurare l’elemento chiave che innesca tali fenomeni: l’interazione tra animali e umani, aspetto che spesso viene sottovalutato. Oggi, affrontiamo un problema ancor più grave, ossia l’aggressione sistematica verso gli ecosistemi naturali, che comporta la deforestazione e interazioni forzate con specie animali che normalmente non dovrebbero interagire con gli esseri umani. A mio avviso, questo rappresenta un problema sistemico che necessita di essere affrontato con urgenza.

Riflettendo sugli eventi degli ultimi duemila anni, mi permetto di nutrire qualche dubbio sull’opportunità di prestare maggiore attenzione a determinati aspetti. Ti ringrazio. Inoltre, vorrei sottolineare che c’è spazio per delle domande da parte del pubblico, qualora qualcuno abbia considerazioni o quesiti per Francesco. Questo è il momento per intervenire. Grazie, Francesco, per il tuo contributo. Se lo desideri, puoi rimanere collegato per seguire in video la prosecuzione dei lavori, come se fossi presente in diretta. Ringrazio tutti calorosamente per la vostra partecipazione, la quale mi ha reso molto felice. Vi auguro un buon proseguimento del congresso. Grazie sinceramente per la tua disponibilità. La tua presentazione è stata straordinaria; osservare come il problema si sia ripresentato nel corso della storia aiuta enormemente a comprendere la situazione attuale. Grazie ancora a tutti. Passo ora la parola al secondo relatore, Donatello Sandroni.


Una risposta a “Epidemie e pandemie nella storia dell’umanità. Un approccio Paleopatologico”

  1. […] associato di antropologia biologica, Università di Lodz, Polonia.Leggi la sua relazione: “Epidemie e pandemie nella storia dell’umanità, un approccio paleopatologico “Donatello Sandroni, laureato in Scienze Agrarie e giornalista,Leggi la sua relazione: […]

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