di Alberto Laddomada
È facile protestare contro le misure draconiane che le autorità impongono quando una grave malattia animale si manifesta. Ma protestare serve a poco, l’arma migliore è la prevenzione, assieme ad una più capillare sorveglianza, finalizzata alla individuazione precoce delle malattie che ne consenta un rapido contenimento.
Anche se son passati quasi dieci anni da quando ho lasciato il mio lavoro presso la Commissione Europea a Bruxelles, ho mantenuto una buona abitudine: tenermi informato sulla situazione delle malattie animali in Europa, innanzitutto consultando il sito del Comitato PAFF (Plants, Animals, Feed and Food), sezione Sanità e benessere animale . È un comitato al quale partecipano i rappresentanti dei servizi veterinari pubblici di tutti gli Stati Membri della UE, presieduto da un rappresentante della Commissione, che si riunisce a Bruxelles (spesso in modalità mista, sia online che in presenza) circa una volta al mese. Uno dei compiti più importanti di queste riunioni è l’esame della situazione relative alle malattie animali nella UE.
Non mi è sfuggito che l’ultima riunione di questo Comitato ha avuto luogo lo scorso 28 Agosto: una riunione straordinaria, non prevista dal calendario annuale. E il suo ordine del giorno (anch’esso pubblicato e consultabile) rispecchiava la eccezionalità di questa riunione, in quanto prevedeva solamente una review della situazione delle malattie nella UE, con particolare riferimento alla peste suina africana, alla bluetongue, alla peste dei piccoli ruminanti, elenco al quale si è poi aggiunto anche il vaiolo ovi-caprino; e alle misure urgenti da adottare a livello UE in relazione alla evoluzione della situazione epidemiologica, evidentemente preoccupante.
Tutte queste malattie ricadono nella definizione di malattia emergente dell’Organizzazione mondiale della sanità animale (oggi conosciuta con l’acronimo WOAH, che ha sostituito il precedente acronimo OIE): “una nuova infezione risultante dall’evoluzione o dal cambiamento di un agente patogeno esistente, un’infezione nota che si diffonde in una nuova area geografica o popolazione, o un agente patogeno precedentemente non riconosciuto o una malattia diagnosticata per la prima volta e che ha un impatto significativo sugli animali o sanità pubblica”.
E sul sito della Commissione sono state pubblicate, come al solito, le presentazioni fornite su queste malattie dai rappresentanti degli Stati Membri. E così scopriamo che la situazione della PSA è grave e molto preoccupante non solo in Italia (cosa ben nota ai frequentatori di questo sito), ma anche in Polonia (dove si sono già registrati nel 2024 una quarantina di focolai nei suini domestici) e in Germania (nonostante gli ottimi risultati ottenuti dai tedeschi nella parte più orientale del proprio territorio).
E per quel che riguarda la bluetongue, questa non sta dando i “soliti” problemi nell’area mediterranea ma anche in numerosi paesi dell’Europa centrale e perfino in Danimarca (e fin oltre la Manica, in Gran Bretagna). E, dopo il vaiolo ovi-caprino, ha fatto recentemente ingresso nella UE anche la Peste dei piccoli ruminanti in Grecia e Romania, dove continua a diffondersi pericolosamente. Tutte malattie gravi, caratterizzate da elevata morbilità e/o mortalità, e difficili se non impossibili da controllare dal singolo allevatore, e che rappresentano un serio problema anche a livello UE. E pertanto (questa è la logica della normativa europea) vi è la necessità di un intervento da parte dei servizi veterinari pubblici.
E tutte queste malattie possono essere fermate solo se si adottano misure rigorose, che spesso comportano anche l’abbattimento (“stamping-out”) degli animali presenti negli allevamenti in cui la malattia sia stata individuata. Misura draconiana, necessaria per interromperne la diffusione, che non viene presa a cuor leggero e che si applica laddove non sussistano alternative valide, come i vaccini. Ma anche per quelle malattie per le quali l’abbattimento non è previsto, come ad esempio la Bluetongue, si applicano restrizioni ai commerci che hanno un notevole impatto economico.
Insomma, l’estate che ormai si avvia a conclusione è stata molto movimentata ed impegnativa per moltissimi veterinari in tutta Europa o quasi. E non solo veterinari pubblici, ma anche privati, che svolgono anch’essi una fondamentale attività di contrasto a queste malattie. Per non parlare dell’impatto devastante di queste malattie sugli allevatori e sugli altri operatori delle filiere zootecniche, con riflessi economici enormi.
E anche dopo l’estate, i problemi continueranno: da molti anni l’influenza aviare, ad esempio, sta sconvolgendo il mondo delle produzioni avicole, in particolare in inverno. E tutti sappiamo che, associato alle infezioni influenzali degli animali, è il rischio della loro trasmissione all’uomo, che potrebbe esitare in una pandemia umana.
Che fare? Non esistono soluzioni facili, ma in ogni caso rimane validissimo il motto “prevenire è meglio che curare”, che anche per la stessa UE è alla base della sua strategia per la sanità animale e del Regolamento 2016/429 (la cosiddetta “Animal Health Law” ).
Il rischio rappresentato dalle malattie animali continuerà ad aumentare nei prossimi decenni per via dei profondi cambiamenti climatici, agli ecosistemi, alle produzioni animali, ai commerci e ai movimenti di uomini, animali e prodotti ovunque nel mondo. Una tendenza mondiale pressoché inarrestabile, a meno che ci si voglia rifugiare nelle utopie.
Purtroppo, di fronte a questi rischi crescenti non si stanno prendendo adeguate contromisure. E tra di esse una è, a mio parere, la più importante e fondamentale: la consapevolezza di questi rischi da parte di tutti, dei veterinari, degli operatori, delle autorità politiche, della popolazione in generale. Senza una tale consapevolezza, il disastro è e resterà dietro l’angolo: la PSA nella penisola è ahimè un esempio di come la scarsa consapevolezza a tutti i livelli ha amplificato di molto il problema, con gravi ritardi, con la ricerca di soluzioni “facili”, non suffragate dalla scienza, e con una tendenza a minimizzare la gravità della situazione del tutto controproducente. I risultati di questi errori sono ora sotto gli occhi di tutti. Il mio invito è pertanto quello di ragionare in modo diverso: l’arma migliore è la prevenzione, assieme ad una più capillare sorveglianza, finalizzata alla individuazione precoce delle malattie e al loro rapido contenimento. Si può fare, ma innanzitutto bisogna crederci.


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