Perché i veterinari si fanno pagare? Un’analisi dettagliata


Quando si parla dei nostri animali da compagnia, per un proprietario è inevitabile porsi questa domanda: “Ma quanto costano le cure veterinarie?” Invece per un veterinario è inevitabile pensare “Perché quel cliente mi tratta così male dopo che ho cercato di fare tutto quello che era nella mia possibilità?”
Questo articolo vuole rispondere a queste domande. Si tratta di un’analisi dettagliata e in continua evoluzione della professione veterinaria in Italia, focalizzata sui costi e i guadagni effettivi associati a questo nobile e impegnativo mestiere. Questo articolo non è un semplice articolo divulgativo e breve, quanto piuttosto un approfondimento meticoloso, pensato per coloro che desiderano comprendere sinceramente la realtà economica che sta dietro la cura degli animali.
La nostra intenzione è di fornire un quadro chiaro e onesto delle spese, degli obblighi fiscali e delle potenziali entrate di un veterinario, offrendo una prospettiva completa sui molteplici fattori che influenzano i costi delle prestazioni veterinarie. Questo articolo è frutto di un lavoro di collaborazione e di continua revisione, arricchito dai contributi e dalle esperienze dirette dei colleghi veterinari.

Siamo consapevoli che non tutti i professionisti del settore condividano l’opinione che discutere apertamente di tariffe e costi sia produttivo, poiché il “veterinario è un lavoro esattamente come quello dell’idraulico”. Alcuni colleghi ritengono che spiegare in dettaglio i motivi dei costi elevati delle prestazioni possa risultare addirittura controproducente o possa essere mal interpretato dai clienti. Tuttavia, riteniamo che la trasparenza e la comprensione siano fondamentali per una sana relazione tra veterinari e proprietari degli animali, nonché per una maggiore consapevolezza del valore e dell’importanza del lavoro veterinario.
L’articolo, quindi, non mira a fornire una risposta semplicistica o univoca, ma vuole essere un punto di partenza per una riflessione più ampia tra i professionisti del settore e la società. Per questa ragione parte dalle rispettive prospettive sulla questione.

La prospettiva dei veterinari: violenze e Burnout

Un recente sondaggio dell’Osservatorio Nazionale sulla Sicurezza degli Esercenti le Professioni Sanitarie e Sociosanitarie, realizzato in collaborazione con la Federazione Nazionale Ordini Veterinari Italiani (FNOVI), ha rivelato un dato allarmante: un aumento degli attacchi ai danni dei veterinari. Il 72% di questi professionisti ha dichiarato di aver subito minacce e aggressioni verbali, mentre il 10% ha riportato aggressioni fisiche, di cui solo il 3% ha richiesto risarcimenti.
Benché le ragioni specifiche di tali aggressioni verbali non siano state approfondite nell’indagine, si osserva una chiara correlazione tra il modo in cui i media rappresentano questi eventi e l’atteggiamento negativo del pubblico riguardo ai costi delle cure veterinarie. Secondo un’indagine analoga della British Veterinary Association, l’85% dei lavoratori del settore veterinario ha subito molestie da parte dei proprietari di animali per questioni economiche.
Frase come “Se amassero davvero gli animali, i veterinari li curerebbero gratis”, “I veterinari pensano solo ai soldi” o “Certuni dovrebbero cambiare professione” sono frequentemente pronunciate. I veterinari si trovano dunque nella posizione unica e impegnativa di bilanciare le esigenze mediche dei loro pazienti con le esigenze finanziarie dei loro clienti. Qui il dilemma nel settore veterinario è palpabile.
Da un lato, una buona parte dei veterinari è mossa da un profondo amore per gli animali, e sceglie questa professione a dispetto dei significativi rischi legati allo stress, inclusi la depressione e il burnout. Questi rischi sono esacerbati da orari di lavoro estenuanti, problemi finanziari e dalle alte aspettative dei clienti, spesso legate ai costi delle cure, come evidenziato da uno studio sulla prevalenza del suicidio nel settore veterinario. A ciò si aggiungono i dilemmi etici relativi alle opzioni di trattamento, spesso connessi all’impegno finanziario dei proprietari degli animali, come mostrato dalla ricerca di Batchelor CEM e McKeegan DEF nel Regno Unito.
Dall’altro lato, i veterinari devono gestire le loro cliniche come vere e proprie imprese, che richiedono un reddito adeguato per poter sopravvivere. Questa dualità di ruoli, tra cura degli animali e gestione economica, pone la professione veterinaria in una situazione particolarmente complessa.

La prospettiva dei proprietari: gli animali da compagnia come membri della famiglia

Il motivo principale dei conflitti con i clienti sui costi e la difficoltà di comparare la professione veterinaria con altre ad esempio, gli idraulici è semplice: gli animali sono esseri senzienti e non dei tubi dello scarico. Si presume, dunque che i veterinari debbano agire con un impegno diverso rispetto ad altre professioni, proprio a causa di questo innegabile fatto. La forza del legame uomo-animale può portare a conversazioni emotivamente cariche tra proprietari di animali domestici e veterinari, soprattutto quando le finanze sono limitate e le decisioni sulla cura diventano una questione di vita o di morte.  Questo è dovuto al fatto che gli animali da compagnia sono considerati a tutti gli effetti come membri della famiglia. Membri della famiglia a cui viene dato un prezzo alla vita. Considerando la prospettiva dei proprietari di animali, si comprende che la loro reazione ai costi veterinari è spesso il risultato di un vuoto informativo, che quest’articolo cerca di colmare.

Non esiste il servizio sanitario nazionale per gli animali

È importante sottolineare che, a differenza del rinomato Servizio Sanitario Nazionale italiano, non esiste un equivalente veterinario. Il Servizio Sanitario Nazionale fornisce ai cittadini italiani assistenza medica di alta qualità senza costi diretti, poiché è finanziato indirettamente attraverso le tasse pagate dai contribuenti. Tuttavia, questa possibilità di accesso alle cure senza distinzioni tra persone più o meno abbienti ha involontariamente attenuato la consapevolezza del pubblico sui reali costi necessari per sostenere un servizio sanitario di alto livello. Di conseguenza, quando si tratta della cura dei propri animali, il proprietario si trova a sostenerne direttamente tutti i costi, che gli sembreranno assurdi.

La varietà delle tariffe veterinarie dipende da tanti fattori

Le tariffe veterinarie, in un mercato non regolamentato e aperto come quello italiano, riflettono la varietà e la complessità delle varie offerte di cura degli animali. Più che un “accordo tra i veterinari per spennare il proprietario il più possibile”, i veterinari cercano di offrire servizi competitivi dal punto di vista dei prezzi, soppesandoli con i costi necessari per l’erogazione del servizio stesso. Questo crea un equilibrio in cui, in una determinata area, i proprietari di animali possono confrontare le offerte, impedendo alle cliniche e agli ambulatori di aumentare eccessivamente i prezzi.Detto questo, i prezzi possono oscillare sensibilmente tra le strutture Non è vero che un veterinario “è meglio di un altro” perché “pensa meno ai soldi” poiché offre servizi più economici. Ogni ambulatorio o ospedale veterinario, fatti salvi i requisiti minimi e le procedure operative minime essenziali dettate dal Codice Deontologico,  fa le cose in modo diverso, ogni studio ha protocolli e spese generali diversi in base al tipo di servizio che può offrire e quindi i prezzi variano.
Ci sono molteplici tipologie di servizi veterinari. Alcune strutture, come i Servizi pubblici, offrono trattamenti a basso costo o addirittura gratuiti, in quanto l’onere economico ricade sulla collettività (ASL o ATS o canili municipali) o su altri privati (a.e. donazioni a associazioni varie o agli stessi canili municipali). Alcuni Veterinari libero-professionisti, inoltre, possono scegliere se prestare il proprio operato pro-bono, spesso all’interno di apposite campagne di sensibilizzazione. Il budget limitato di queste strutture, tuttavia, può influenzare la qualità del servizio offerto. La conseguente riduzione delle possibilità diagnostiche e terapeutiche, pertanto, avrà un impatto non trascurabile sulla sopravvivenza o il benessere dell’animale in cura, in base alla gravità della condizione trattata. Altra tipologia di struttura sono gli Ospedali veterinari [e gli ambulatori], con personale più qualificato ed attrezzature diagnostico-terapeutiche più avanzate. I costi di mantenimento di queste strutture, ovviamente, sono maggiori e si riflettono inevitabilmente sul prezzo finale della prestazione presentato al proprietario.
I centri specialistici (o referral), infine, rappresentano l’eccellenza nel settore medico veterinario. Si tratta, di solito, di grandi ospedali con Pronto Soccorso aperto 24/24, con personale ausiliario al Veterinario (a.e. Tecnici e infermieri veterinari e personale amministrativo) ed attrezzature estremamente costose (per esempio TAC e RMN o laboratorio analisi).Nella maggioranza assoluta dei casi, in questi centri, il servizio offerto ha un livello d’eccellenza, in quanto i medici veterinari che vi lavorano hanno specializzazioni e qualifiche (a.e. diplomi conseguiti in college americani o europei) e una vasta esperienza nel loro campo di applicazione. Sono questi medici, infatti, l’avanguardia della medicina veterinaria e ne permettono il progresso.
Questo livello di qualità professionale ha, però, costi molto elevati e non sempre accessibili a tutti i proprietari, con alcune eccezioni che analizzeremo in seguito.

Un’idea dei costi per una struttura ambulatoriale di medie dimensioni di una città del nord Italia

In Italia, per una struttura veterinaria indipendente di dimensioni medie, che non offre un servizio continuativo 24 ore su 24 in situ, ma offre reperibilità, e conta cinque veterinari in organico e non è dotata di un servizio di segreteria, una fattura veterinaria può essere suddivisa approssimativamente in questo modo: circa il 22% del totale è destinato al pagamento dell’IVA all’erario; un altro 2% (presto sarà il 4%) è il contributo integrativo che va all’Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza dei Veterinari: l’ENPAV (L’INPS dei Veterinari, giusto per chiarezza), un altro 20% è destinato all’acquisto di farmaci e materiali di consumo, circa il 15% alla gestione dell’immobile (luce, acqua, gas) e allo smaltimento dei rifiuti speciali, circa il 30% sarà suddiviso nel fatturato da distribuire ai veterinari associati (anche se in un certo senso potrebbe essere considerato il “salario da destinare ai dipendenti”) , il resto viene reinvestito nella struttura, per la manutenzione, per l’acquisto o per l’aggiornamento di macchinari e strumentazioni. È necessario considerare che i macchinari medici sono soggetti ad un’obsolescenza molto rapida. Per esempio, una clinica può sostituire un ecografo, un analizzatore biochimico o un emocromo (per le analisi del sangue) mediamente dalle due alle quattro volte in vent’anni. Inoltre, la reperibilità di pezzi di ricambio per le riparazioni diventa molto difficile nel giro di pochi anni dall’acquisto del macchinario. 
Chiaramente una struttura ambulatoriale di dimensioni ridotte e con limitate offerte diagnostiche e terapeutiche può avere una tariffa ridotta perché spende meno in organico, nella gestione dell’immobile, nei macchinari, nei farmaci e per altri beni consumabili (garze, fili da sutura eccetera). Il contrario, invece, vale per le grandi strutture ospedaliere.
Ci sono ovviamente anche qui delle eccezioni. Facciamo alcuni esempi:
I macchinari (ma anche gli ambienti) nelle strutture dove non c’è una persona “dedicata” al loro utilizzo ( per esempio un ecografista che faccia tutto il giorno ecografie) quando in una struttura ambulatoriale o clinica sono sottoutilizzati, c’è conseguente aumento del costo della singola prestazione. E qui occorre un compromesso: o il cliente è disposto a pagare di più oppure deve accettare il fatto che per una singola prestazione potrebbe doversi spostare in un altra struttura (cosa che in umana tutti facciamo senza battere ciglio ma che nella veterinaria italiana sembra quasi un’eresia). Alcune grosse strutture ospedaliere, per offrire servizi competitivi, tendono a sottopagare l’organico, oppure ad assumere neolaureati che lavorano a titolo gratuito in sorte di tirocini che vengono definiti “residenze

Un’idea dei prezzi in base al tipo di struttura e alla tipologia del servizio offerto per un caso clinico comune

Prendiamo ad esempio, la presentazione al Pronto soccorso di un gatto maschio con ostruzione uretrale. Situazione, questa, molto comune in cui l’animale non riesce a urinare e dall’esito potenzialmente letale.
In una situazione ideale, il paziente sarebbe sottoposto a:
– analisi del sangue: Queste analisi aiutano a capire quanto sia grave la situazione e quali trattamenti sono necessari per stabilizzare il gatto prima dell’anestesia (che può essere pericolosa). 
– Analisi delle urine con esame dei sedimenti
– Radiografie addominali/perineali: per escludere la possibilità che dei calcoli abbiano causato l’ostruzione
e in termini di trattamento, oltre la disostruzione sotto anestesia/sedazione,
– fluidoterapia endovenosa
– analgesia
– rilassanti/antispastici uretrali
– catetere urinario a permanenza, in cui si valuta la produzione urinaria e la qualità delle urine.
Tutte queste procedure hanno ovviamente un costo anche per il veterinario che le offre, dai reagenti per le analisi del sangue, ai farmaci fino al catetere urinario che viene inserito nel gatto.In questo caso parliamo di “gold standard”, ovvero la “migliore pratica d’assistenza”. I costi ovviamente possono essere alti variando generalmente da 450,00 € a 800,00 € (in assenza di complicazioni) e ulteriori cure per 24 ore di ospedalizzazione. Ovviamente sarebbe opportuno che i medici veterinari fossero obbligati professionalmente a suggerire al proprietario il gold standard in termini di diagnosi e terapia anche indirizzando i proprietari in casi specifici presso altri colleghi con competenze specialistiche ove possibile. 
Per molti clienti e per alcuni veterinari, per varie ragioni, questo protocollo semplicemente non è un’opzione. Nel caso in cui il proprietario non possa permettersi il “gold standard” e in cui il veterinario non possa fornirlo, la gamma di opzioni attuabili sono in una scala che va dal trattamento ideale allo standard di cura e da questo all’eutanasia.
Lo standard di cura è una definizione legale che rappresenta il livello minimo di cura che dovrebbe essere fornito (lo standard di cura “riflette un continuum di cure accettabili che tiene conto della medicina basata sull’evidenza disponibile, delle aspettative di cura del cliente e delle limitazioni finanziarie che possono limitare le opzioni diagnostiche e terapeutiche”), per esempio l’ostruzione del paziente potrebbe essere alleviata e il tempo di ricovero ridotto a un solo giorno o, in situazioni di limitazioni estreme, a poche ore. La diagnostica potrebbe allora essere ridotta al minimo o ignorata del tutto. Magari la procedura può essere fornita in una struttura ambulatoriale che non può fornire ospedalizzazione e che ha un range comunque limitato nelle cure. Il proprietario potrebbe allora spendere attorno ai 150,00-200,00 € per la disostruzione sotto anestesia, ovvero viene eseguita solo la procedura salvavita di sblocco dell’uretra e all’animale viene data la possibilità di riprendersi e sopravvivere. Per molti proprietari, per alcuni veterinari e in situazioni specifiche, neppure il trattamento standard è un’opzione applicabile.
Ci sono medici veterinari disposti ad operare in condizioni sub-standard, idealmente devono aver esaustivamente informato il proprietario su rischi e responsabilità ed aver raccolto la firma in calce al consenso informato. Questi ultimi offrono per esempio unicamente unicamente protocollo anestetici essenziali e meno sicuri, senza un’adeguata analgesia intra- e post-operatoria, senza l’utilizzo di monitoraggi durante l’anestesia o senza presidi salvavita. In questo caso, i costi della disostruzione possono scendere anche sotto i 100,00 €, ovviamente con minore tutela della qualità della vita del paziente e con rischi anche a carico della sopravvivenza. .Avvalersi di un approccio del genere può essere discutibile sia da un punto di vista deontologico sia da quello del benessere animale ma, a seconda dei casi, potrebbe rimanere una valida alternativa all’eutanasia.
Affinché un piano di trattamento abbia successo, il cliente deve essere accuratamente informato su ciò a cui rinuncia non seguendo i protocolli standard, sui rischi di riostruzione, sull’importanza del monitoraggio e sulle indicazioni di tornare per ulteriori trattamenti. Un’altra componente fondamentale per il successo è l’appropriata selezione dei pazienti, che si basa sull’esame fisico (e sulla diagnostica, quando disponibile). Il gatto, che alla presentazione è disteso lateralmente, freddo (ipotermico), con il cuore che batte lentamente (bradicardico) non è assolutamente un candidato per trattamenti ridotti, e può trarre maggiori benefici da un’eutanasia. Un paziente critico può invece avere delle probabilità di sopravvivere se sottoposto al trattamento gold standard.
Sebbene sia essenziale che i veterinari conoscano i piani diagnostici e terapeutici ideali per le malattie comuni, il veterinario deve curare i pazienti nel mondo reale, nella consapevolezza delle possibilità finanziarie del proprietario e delle possibilità di sopravvivenza dell’animale in base allo stato clinico e alla possibile efficacia delle cure fornite.

Quanto prende un veterinario?

La maggioranza dei veterinari italiani percepisce un compenso compreso tra i 12.000 € e i 36.000€ euro all’anno. Il fatturato mensile per il livello base per veterinari va da mille a duemila euro al mese, i neolaureati spesso lavorano gratuitamente in grandi strutture per imparare il mestiere (siccome i tirocini si devono pagare per legge questo procedura tipicamente italiana viene chiamata”residenza volontaria”, oppure addirittura pagano la struttura per imparare lavorando).
Dopo cinque anni di lavoro il veterinario può raggiungere i 1.325 € e 2.500 € mensili, circa la metà dello stipendio medio di un dentista e di un medico di base.
In Italia, i veterinari dei piccoli animali sono per lo più liberi professionisti, e ciò comporta vari obblighi fiscali e costi. Questi professionisti devono aprire una partita IVA, con costi iniziali tra i 300 e i 500 euro, e successivamente pagano un commercialista per ogni prestazione. Deve essere versato il contributo all’ENPAV (Ente Nazionale Previdenza e Assistenza Veterinari), che include diverse tipologie di contributi: soggettivi, integrativi, di maternità, di solidarietà e altri.
Se il compenso annuo non supera gli 85.000 euro annui, come accade nella maggior parte dei casi, è possibile optare per il regime forfettario. In questo regime, si paga un’imposta sostitutiva dell’IRPEF pari al 15% (o 5% nei primi 5 anni di attività) sul 78% dell’imponibile, in quanto per il codice ATECO 75000 il coefficiente di redditività è del 78%. Questo significa che si presume che il 22% dei costi siano già coperti. Se i costi sono entro questo 22%, il regime forfettario è vantaggioso, altrimenti si potrebbe essere tassati anche sui costi. I benefici includono la non applicazione dell’IVA in fattura, contabilità semplificata e l’esclusione dagli studi di settore. Tuttavia, non è possibile detrarre l’IVA o i costi vivi dell’attività, ad eccezione dei contributi previdenziali ENPAV e del reddito catastale della prima casa.Oltre a queste spese fiscali e contributive, i veterinari devono affrontare altri costi come l’iscrizione all’Ordine professionale (120-200 € in base alla provincia) e l’assicurazione professionale legale, che varia tra 200 e 400 euro annui. L’assicurazione sugli infortuni, pur non essendo obbligatoria, è consigliata data la natura rischiosa del lavoro, con un costo che può superare i 700-800 euro all’anno.
La formazione continua è obbligatoria in Italia e rappresenta un costo significativo per i veterinari. Ad esempio, un master online in cardiologia può costare oltre 2.000 euro all’anno, mentre un corso in presenza può arrivare a costare tra i 5.000 e i 9.000 euro. Un master annuale in chirurgia dei piccoli animali può arrivare a circa 9.000 euro.
In regime ordinario, oltre al 22% di IVA e al 2% di contributo integrativo ENPAV, ci sono anche le tasse sull’imponibile (IRPEF), che possono arrivare fino al 43% in base allo scaglione di reddito, oltre ai contributi eccedenti ENPAV.

Prospettive future

Nel resto del mondo (l’Italia è l’eccezione) i medici veterinari possono vendere direttamente farmaci veterinari come le farmacie. In Italia esiste “la cessione del farmaco”, un’attività poco diffusa e non chiaramente regolamentata: acquistando i farmaci con IVA al 10% e rivendendoli al 22%, si corre in particolare il rischio di perdite, specialmente se i farmaci non vengono venduti.
Nel resto del mondo, l’introito per la clinica generato dalla vendita del farmaco rappresenta il 20-30% per gli ospedali di medie dimensioni. Questo potrebbe ridurre parzialmente il costo della cure fornite e potrebbe migliorare il salario dei veterinari.
Anche l’introduzione del concetto di assicurazione per gli animali domestici è un passo fondamentale verso una maggiore responsabilità nei confronti dei propri animali, e permette di accedere trattamenti più avanzati e costosi, garantendo così una migliore assistenza sanitaria.
Le residenze volontarie e i tirocini non retribuiti stanno diventando sempre meno accettabili per i neolaureati nel campo veterinario. Di conseguenza, si osserva una tendenza crescente alla migrazione all’estero da parte di questi neolaureati, che cercano opportunità di lavoro e di formazione retribuiti in altri paesi, dove il loro lavoro e le loro competenze sono adeguatamente valorizzati.
In Italia, il compenso medio per i veterinari è troppo basso in relazione al tipo di prestazione intellettuale fornita, allo stress emotivo e ai costi sostenuti per esercitare questa professione. È ragionevole prevedere che, per garantire un giusto riconoscimento del valore del lavoro veterinario e per attrarre e mantenere professionisti qualificati nel settore, sia necessario un adeguato rialzo dei compensi.
A fronte di queste considerazioni, ci si interroga su cosa spinga le grandi corporazioni ad acquistare la maggior parte delle cliniche veterinarie italiane. Dal momento che i margini di profitto non sono enormi, la motivazione è da ricercare in una intrinseca resistenza alla recessione per questo tipo di attività e la possibilità di ridurre i costi vivi con l’ottenimento di forti sconti all’ingrosso (per esempio sui beni consumabili).
Il lato preoccupante è la tendenza alla creazione di uno stato di oligopolio, che potrebbe permettere un innalzamento dei prezzi per aumentare i profitti.

Conclusioni

I vincoli finanziari sono una realtà pratica non solo per i proprietari di animali da compagnia ma anche per i veterinari che devono offrire un servizio, Restano, infatti, il motivo più comune per cui i proprietari non si rivolgono alle cure veterinarie o per cui queste siano comunque molto limitate. Questo potrebbe anche avere un certo impatto sulla salute pubblica, siccome alcune zoonosi (malattie che si trasmettono dall’animale all’uomo) non vengono prontamente segnalate e trattate.
Il problema relativo ai costi, insieme alle accuse rivolte ai veterinari, è grande causa di stress per i veterinari stessi, siccome non possono sempre offrire il meglio agli animali che curano.
Nel prossimo futuro diventa quindi auspicabile una migliore comunicazione tra mondo professionale veterinario e proprietari in modo tale da migliorare la qualità della vita dei primi, implementare la varietà delle soluzioni offerte, migliorare la qualità della vita dei pazienti, ed aumentare la consapevolezza delle implicazioni del possesso di un animale da compagnia da parte dei proprietari. 


3 responses to “Perché i veterinari si fanno pagare? Un’analisi dettagliata”

  1. Avatar Marco Pizzagalli
    Marco Pizzagalli

    non condivido: sembra un giustificare il fatto che un veterinario si faccia pagare

    1. Avatar una veterinaria
      una veterinaria

      Spiegare e giustificare sono cose differenti. La spiegazione si concentra su “come” e “perché” qualcosa accade, la giustificazione, invece, cerca di dimostrare “che è giusto”. Come esplicato nell’articolo i conflitti spesso nascono da malintesi o mancanza di informazioni. Spiegare permette di chiarire le intenzioni, i pensieri e le azioni, riducendo le possibilità di malintesi.

  2. Avatar Uno che conosce entrambi i mondi
    Uno che conosce entrambi i mondi

    É un bell’articolo ricco di dati,
    che prova con delicatezza a spiegare i motivi che impongono scelte difficili a chi ama questo mestiere…
    ma forse poco efficace su quella fascia della popolazione che poi prende a male parole un veterinario?

    Ad esempio espliciterei i valori assoluti e non i percentuale della struttura, oltre a quello dei macchinari che come giustamente fa notare vanno aggiornati di frequente!

    Infine sarebbe interessante, seguendo il giusto paragone che fa con il nostro ssn, un comparazione dei costi di un intervento umano e vet: oggi come oggi le strutture, i macchinari e i professionisti sono praticamente alla stesso livello di complessità e qualità ma i valori di erogazione sono molto distanti… solo che nel caso dell humana non sono percepiti, fin quando non si va da un privato senza assicurazione 😉

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