Nella puntata del 2 dicembre di Buongiorno Benessere il noto professore di Malattie Infettive Matteo Bassetti ha lasciato tutti i medici veterinari esterrefatti, confondendo il virus dell’influenza suina con il virus della Peste Suina Africana (PSA). Per un non esperto potrebbe sembrare un “piccolo scivolone”, ma per chi mastica un minimo queste materie, è come “confondere le mele con le pere”: si tratta infatti di due virus completamente distinti e distanti, che appartengono a famiglie diverse e hanno impatti profondamente diversi. Quello della Peste Suina è un virus a DNA, che colpisce i cinghiali e i suini mentre quello dell’influenza suina è un virus a RNA, che può diffondersi talvolta dagli animali all’uomo.
Per fare chiarezza su questi argomenti, abbiamo contattato il dr. Alberto Laddomada, Medico Veterinario, con un curriculum studiorum che include una specializzazione in Microbiologia alla Facoltà di Medicina e Chirurgia di Sassari ed un Master annuale in Virologia alla London School of Hygiene and Tropical Medicine. Laddomada, dopo essere stato per 14 anni responsabile del laboratorio di virologia dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale (IZS) della Sardegna e per un anno Direttore dell’IZS del Mezzogiorno, ha lavorato per 18 anni alla Commissione Europea a Bruxelles, dove è stato tra l’altro responsabile per l’Influenza aviare per alcuni anni. È poi rientrato in Sardegna quale Direttore Generale dell’IZS e responsabile scientifico del programma di eradicazione della PSA tra il 2015 e il 2020.
Ecco qui di seguito la sua risposta alla nostra e-mail:
Quando si parla di Peste suina africana (PSA) e di Influenza suina va subito chiarito che si tratta di due malattie completamente diverse, causate da due virus distinti e non correlati in alcun modo tra di loro. Basti pensare che il primo ha il DNA come proprio acido nucleico, mentre i virus influenzali hanno l’RNA.
La PSA, originaria e da sempre endemica in Africa, è causata da un virus molto singolare e complesso, considerato a sé stante da un punto di vista tassonomico, che è responsabile di una febbre emorragica molto grave che può portare alla morte circa il 90% dei suini domestici e dei cinghiali colpiti.
L’influenza suina è invece una malattia diffusa in tutto il mondo che causa sintomi respiratori, generalmente lievi o moderati. È causata da alcuni dei numerosi e diversi virus influenzali esistenti in natura, molto diffusi in diverse specie di mammiferi (inclusi i suini e l’uomo, ma anche bovini e cavalli) e in centinaia di diverse specie di uccelli, causando malattia più o meno grave, a seconda della specie colpita e dello specifico virus influenzale coinvolto.
I virus influenzali appartengono ad una grande famiglia virale e sono caratterizzati da un’elevata capacità di mutare geneticamente e di diffondersi con relativa facilità da una specie ad un’altra. Per via di queste loro caratteristiche (frequenti mutazioni genetiche ed elevata capacità di “salti di specie”), nuove varianti virali vengono continuamente generate, in alcuni casi capaci di infettare anche l’uomo. Molto più raramente, possono causare una pandemia (simile a quella recentemente causata dal coronavirus del Covid) a seguito della acquisita capacità di diffondersi facilmente e rapidamente da uomo a uomo.
Grazie a studi e conoscenze di tipo genetico sempre più approfonditi, gli esperti sono in grado di valutare se uno specifico virus influenzale possa eventualmente avere già subìto mutazioni tali da far ritenere possibile il rischio di una pandemia umana. Per questo è necessario un loro continuo monitoraggio mediante studi di “sequenziamento” del loro acido nucleico, soprattutto quando si sospetta che sia avvenuta la trasmissione dall’animale all’uomo, come è successo recentemente nel Regno Unito in cui è stato accertato un caso umano di Influenza suina.
Ma mentre la trasmissione di virus influenzali di origine animale all’uomo è un evento relativamente frequente (ed ovviamente ancor più frequenti sono i casi di influenza causati nell’uomo dai “comuni” virus influenzali umani, per i quali sono disponibili specifici vaccini), fortunatamente le pandemie influenzali umane sono molto, molto meno frequenti. Infatti, nella stragrande maggioranza di casi, la trasmissione dei virus influenzali dagli animali all’uomo è auto-limitante, cioè il virus non muta a sufficienza per causare facilmente ulteriori contagi da uomo a uomo. Per cui, non è certo il caso di farsi prendere dal panico quando sui media viene dato risalto a un caso umano sporadico di Influenza suina, come quello sopra accennato.
Il virus della PSA è invece altamente specie-specifico: originario di una specie di zecche africane molto particolari (genere Ornithodoros), tra i mammiferi colpisce solo i suidi (suini domestici, cinghiali, eccetera) e non colpisce gli uccelli. Sebbene sia noto da oltre cent’anni, sia stato presente nella Penisola Iberica per circa trent’anni ed in Sardegna per oltre quarant’anni (virus di “genotipo I”, recentemente eradicato), e da circa 15 anni si sia largamente diffuso (virus di “genotipo II”) in decine di paesi al di fuori dell’Africa (inclusa l’Italia), non è mai stata evidenziata alcun caso di infezione né nell’uomo né in altre specie di mammiferi.
La trasmissione dal suino all’uomo non è mai stata evidenziata neanche in Africa, dove il virus della PSA è con ogni probabilità presente da molte migliaia di anni e avrebbe pertanto potuto avere molte opportunità di diffondersi e di adattarsi all’uomo. Proprio in Africa, la trasmissione e il successivo adattamento di un virus dagli animali all’uomo, si è invece verificata nel caso dell’HIV (il virus che causa l’AIDS), originario degli scimpanzé e che probabilmente si è diffuso all’uomo molte decine di anni (o forse più di un secolo) or sono, causando grandi problemi alla salute umana in tutto il mondo negli ultimi quarant’anni. Il rischio che il virus della PSA – essendo molto meno soggetto dei virus influenzali e del virus HIV a mutazioni genetiche, e considerato il suo “spettro d’ospite” strettamente limitato ai soli suidi – possa trasmettersi all’uomo è pertanto da considerare del tutto trascurabile.
Tuttavia, parlare di “rischio zero” sarebbe concettualmente sbagliato, ma solo perché la scienza – come principio generale – tende ad escludere che il rischio zero esista in natura, soprattutto quando si parla di forme di vita molto particolari come sono i virus.

Laddomada (in primo piano sulla destra) durante una conferenza stampa sull’influenza aviare presso la sede dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Animale (OIE) a Parigi nel 2006, assieme al Direttore Generale Bernard Vallat .


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