Perché non condividiamo la lettera di “Veterinari con i Santuari”

È un grave errore credere che i colleghi dei “Veterinari con i Santuari” rappresentino un’intera categoria, che non comprende solo i veterinari dei piccoli animali (cani e gatti o furetti) ma anche quella dei grossi animali (suini, bovini, cavalli, ecc.) quella dei veterinari degli animali esotici, i veterinari aviari, oltre che veterinari ricercatori, veterinari pubblici, veterinari ispettori degli alimenti di origine animale e pure veterinari impegnati in attività di sostegno psicologico (quali gli interventi assistiti con gli animali) e attività di soccorso civile.
Un messaggio mosso da pura emotività e pieno di errori non professionali non può rappresentare un’intera categoria i cui precetti base sono agire secondo scienza e coscienza.

La relazione tra gli uomini e gli animali è fondamentale, essendo parte indissolubile del processo di civilizzazione umana. Tuttavia, questa relazione è tutt’altro che monolitica. Gli uomini interagiscono con gli animali in una varietà di modi, ciascuno guidato da scopi e motivazioni diversi, dall’animale da compagnia all’animale allevato a scopi alimentari. Questa pluralità di relazioni tra gli uomini e animali presenta delle sfide significative per i veterinari sia di ordine filosofico che di ordine pratico. Il veterinario, deve essere capace di bilanciare l’interesse del singolo (che può essere legittimamente affezionato ad un animale), l’interesse dell’animale (servendosi della scienza alla base del welfare animale) e gli interessi pubblici come la prevenzione della diffusione delle malattie infettive. Il compasso morale è fornito dal codice deontologico, che regola il comportamento di tutti i veterinari, senza nessuna esclusione.

Il veterinario in generale (e non solo quello “coi Santuari”) è ben consapevole del fatto che gli animali sono esseri senzienti capaci di provare emozioni, e di soffrire, per questo il veterinario è tenuto a garantirne il welfare, ovvero che gli animali vivano nelle migliori condizioni possibili nell’ambiente in cui si trovano. Il veterinario, in circostanze estreme, i…

Il veterinario, da sempre, deve considerare il contesto più ampio della società pluralista e il migliore interesse della maggioranza (che non coincide sempre con l’opinione della maggioranza che può essere condizionata dalla disinformazione dei singoli) ovvero la sanità e la sicurezza pubblica oltre che la salvaguardia del patrimonio zootecnico e faunistico.

Limitare la preoccupazione concernente la gestione della Peste Suina Africana esclusivamente secondo le volontà dei Santuari , o ancora più nello specifico all’Associazione Cuori liberi, opponendosi alla gestione di questa grave malattia infettiva, significa non conoscere la dimensione e la gravità  del problema e l’ampiezza del problema, che è di scala nazionale e internazionale:

La Peste Suina Africana rappresenta un concreto pericolo per tutti i Suidi della nostra Nazione (a prescindere dagli scopi per cui sono stati allevati).
– Al momento non esiste un vaccino
– Al momento non esiste cura.
– La mortalità è prossima al 100%.
– È altamente trasmissibile, può essere veicolata anche in maniera passiva, da persone, mezzi e altri animali.

Tutti i Medici Veterinari hanno il dovere all’aggiornamento.

Secondo il codice deontologico, Art. 10 – Dovere di aggiornamento professionale – E’ dovere del Medico Veterinario curare costantemente nel corso della vita professionale, l’aggiornamento della propria preparazione professionale e la formazione continua, conservando e accrescendo le conoscenze e le competenze tecnico-scientifiche, etico-deontologiche e gestionali-organizzative con particolare riferimento ai settori nei quali è svolta l’attività. È inoltre dovere dello stesso informarsi in merito all’attualità e all’evoluzione professionale ed essere a conoscenza di norme, di leggi e di atti regolamentari di interesse medico veterinario. Il Medico Veterinario, quando richiesto dall’Ordine professionale di appartenenza e in tutti i casi di interesse disciplinare, ove vengano ipotizzate condizioni di negligenza e/o di cattiva pratica professionale, deve documentare compiutamente l’attività di aggiornamento svolta.

I Medici Veterinari che si aggiornano, sanno che sarebbe iniziata una lotta contro il tempo per impedire il propagarsi della malattia, per cercare di contenerla quanto più possibile, sanno di dover agire con l’arma più importante che abbiamo, ovvero la conoscenza  al fine di fare formazione, affinché rimanga lontana dagli stabilimenti che detengono Suidi, che siano allevamenti o santuari.

Dov’erano dunque, i Veterinari Con i Santuari, quando il Santuario non applicava le misure di biosicurezza?

Al santuario Cuori Liberi, sono morti 31 su 40 suini in soli 18 giorni a causa della PSA, solo 9 sono sopravvissuti ma molto probabilmente almeno qualcun’altro sarebbe morto. Anche quelli morti di PSA avevano un nome, una storia e una individualità, ma nessuno li nomina.

Il Decreto ministeriale 28 giugno 2022 prevede delle regole per difendersi dalla PSA. Le misure che dovevano essere applicate per il Santuario Cuori Liberi sono quelle previste per gli stabilimenti semibradi < 300 capi (a prescindere dalla finalità con cui sono custoditi i suini) sono la presenza di appropriate misure igienico-sanitarie in allevamento, ovvero il cambio indumenti e calzature in entrata e in uscita dallo stabilimento, adeguate procedure di pulizia e disinfezione in corrispondenza dell’ingresso nei locali di stabulazione, oltre che il divieto di ingresso di persone non autorizzate nei locali di stabulazione dei suini, e la registrazione di ogni ingresso nei suddetti locali.

Non esiste dolce morte legata a una malattia infettiva con un decorso così acuto e fatale. Se analizziamo la questione in termini di welfare, la morte procurata dalla PSA è dolorosa, e causa sofferenza. L’eutanasia per i suini del santuario Cuori Liberi, al contrario, prevedeva un protocollo anestesiologico elaborato dall’Università di Milano.

Esistono altri errori grossolani nella lettera dei nostri colleghi, per esempio sostenere che gli animali dei rifugi siano “animali da compagnia”, registrati come animali NDPA (non destinati alla produzione Alimentare). Questo significa non conoscere le leggi vigenti e non conoscere a fondo il concetto NDPA, di cui abbiamo trattato approfonditamente in questo articolo.

Un altro errore è considerare soppressione e abbattimento come se fossero la stessa cosa. Anche negli allevamenti intensivi vengono soppressi (e non abbattuti) gli animali quando non curabili e quando non affetti da malattie infettive per le quali vengono predisposte apposite ordinanze, anche queste soppressioni vengono effettuate secondo leggi che rispettano il welfare animale per evitare inutili sofferenze. Lo stesso avviene nei rifugi. Il welfare animale all’abbattimento è materia normata dal Regolamento 1099/2009.
A prescindere dalla tecnica utilizzata, tra quelle ammesse, gli abbattimenti di animali infetti disposti dalle autorità devono avvenire sul posto e senza indugi, questi animali infetti o potenzialmente infetti non possono infatti essere spostati presso cliniche o ambulatori al fine di evitare un’ulteriore diffusione della malattia.

Quello che è mancato non è come dicono i colleghi “un passo in avanti” , non si può sempre dover lavorare in emergenza, le emergenze si devono prevenire. Quello che è mancato è il passo indietro, è mancato qualcosa a monte, è mancata la corretta formazione e informazione che la nostra categoria dovrebbe fare, responsabilizzando i detentori alla necessità di applicare rigidi protocolli di accesso alla struttura. Studiare procedure gestionali e strutturali per impedire che la malattia entrasse. È mancata (e a giudicare dalla lettera dei colleghi alla FNOVI manca tutt’ora) la conoscenza da parte di alcuni veterinari sulle norme che tutelano tutti gli stabilimenti, tutti gli stabilimenti, perché i virus non si fermano davanti alla porta dei santuari perché credono di amare di più gli animali, i virus non si fermano davanti a nessuno. 


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