
Questo è il primo capitolo di una serie di articoli su bufale riguardanti l’allevamento con la collaborazione di Michele D’Ambruoso, studente presso l’Università di Medicina Veterinaria di Bari e divulgatore scientifico, cura un profilo Instagram molto seguito che si chiama @ilpiatto_consapevole
In un’epoca di crescente preoccupazione per la sicurezza alimentare, persiste il timore che la carne che arriva sulle nostre tavole possa essere “imbottita” di ormoni, un leitmotiv che torna frequentemente nelle retoriche di alcuni gruppi vegetariani, vegani, nonché tra le fila dei critici più acerrimi del sistema agroalimentare moderno. Alcuni asseriscono che l’uso di sostanze anabolizzanti sia la causa legata all’eccessivo rilascio di acqua durante la cottura della carne o l’aspetto insolitamente grande e muscoloso di alcune razze di bovini e polli. Eppure, per chi vive nell’Unione Europea, la realtà è significativamente diversa. Le normative europee impongono standard rigorosi per l’allevamento e la sicurezza alimentare, tant’è che l’uso di ormoni a scopo anabolizzante è severamente vietato da oltre quarant’anni. È vietata inoltre la vendita di carne proveniente da paesi che non rispettano questi standard, come per esempio gli Stati Uniti.
Chi controlla e come?
È fondamentale chiarire che il ruolo dei medici veterinari va oltre la cura di cani e gatti. La nostra professione copre tutti gli aspetti del rapporto uomo-animale, dagli animali da compagnia fino a a quelli destinati alla produzione alimentare. In questo ambito, i veterinari ufficiali svolgono un ruolo cruciale nella tutela della salute pubblica, garantendo la sicurezza dei prodotti che finiscono sulle nostre tavole.
Durante le ispezioni nei macelli, il medico veterinario utilizza una serie di indicatori per rilevare possibili frodi alimentari. Nell’ispezione ante-mortem, il veterinario osserva la conformazione fisica degli animali e cerca segni comportamentali e fisiologici insoliti, come irrequietezza o sviluppo sessuale precoce. All’autopsia, esamina eventuali alterazioni anomale nella forma o nel volume di organi specifici, come la tiroide, il timo, le ovaie o l’utero, e variazioni nelle proprietà chimico-fisiche della carne, come un’eccessiva ritenzione idrica. Prosegue con prelievi per analisi di laboratorio, effettuati sia come test di screening iniziale che per conferme diagnostiche successive.
In Italia, è attivo un programma per il controllo dei residui di sostanze farmacologiche nei prodotti di origine animale. Questo programma, parte del Piano Nazionale Residui coordinato dal Ministero della Salute, prevede la raccolta sistematica di campioni da animali vivi e non, carni, latte, uova e altri prodotti di origine animale, da aziende agricole, macelli, punti di importazione, o durante il trasporto. I campioni raccolti vengono analizzati in laboratori autorizzati per identificare e quantificare i residui di farmaci. Questi laboratori utilizzano tecniche avanzate come la cromatografia liquida/solida e la spettrometria di massa per garantire la precisione dei risultati. La frequenza e il tipo di campioni dipendono dalle specie animali, dal tipo di sostanza da monitorare e dai rischi associati.
Annualmente, il piano mira a identificare e quantificare le irregolarità nei residui di sostanze attive negli alimenti di origine animale, che includono, oltre ovviamente agli ormoni, anche antibiotici, antiparassitari, antinfiammatori, metalli pesanti e tossine. Dai risultati delle analisi condotte emerge che in Italia la presenza di questi residui pericolosi per la salute è estremamente bassa con percentuali stabilmente inferiori allo 0,1% dei campioni esaminati. Tale circostanza attesta l’efficacia della vigilanza e delle misure preventive adottate dal sistema sanitario pubblico, nonché la crescente consapevolezza tra gli allevatori. Di conseguenza, l’Italia si distingue all’interno dell’Unione Europea come uno dei paesi più attenti e rigorosi nel contrasto agli usi illeciti di ormoni e altre sostanze farmacologicamente attive in ambito zootecnico.
Quando si possono usare gli ormoni nell’allevamento e perché?
Le norme prevedono alcune possibilità di deroga per alcuni trattamenti nei soggetti riproduttori — ovvero gli animali che, seppur destinati alla macellazione, non sono allevati per la diretta produzione di carne, latte o uova, ma per la riproduzione, ossia per ottenere animali allevati appositamente per la produzione di alimenti. Per i soggetti riproduttori, è essenziale che l’uso di questi farmaci anabolizzanti avvenga in modo da rispettare un periodo di sospensione adeguato prima della macellazione. Il periodo di sospensione è il tempo che deve trascorrere tra l’ultimo trattamento di un animale con un farmaco e il momento in cui l’animale può essere macellato. Questo intervallo è cruciale per garantire che eventuali residui del farmaco nell’organismo dell’animale si degradino fino a livelli considerati sicuri per il consumo umano. Ogni farmaco ha un periodo di sospensione specifico, determinato sulla base di studi scientifici, che deve essere rigorosamente osservato affinché i prodotti alimentari siano sicuri.
Per impiegare trattamenti ormonali negli animali, è tuttavia indispensabile una prescrizione veterinaria digitalizzata, nota come REV (ricetta elettronica veterinaria). Questi farmaci sono usati per trattare disturbi riproduttivi, come cisti follicolari, piometra (un’infezione uterina che porta all’accumulo di pus), o per esempio la ritenzione placentare. Vengono anche utilizzati per aiutare nella gestione di parti difficili e per sincronizzare i cicli riproduttivi delle femmine, migliorando l’efficienza delle pratiche zootecniche. In acquacoltura gli ormoni androgeni possono essere somministrati nei primi tre mesi di vita dei pesci per modificare il sesso degli avannotti destinati a diventare riproduttori.
Per gli animali produttori, quelli cioè destinati alla produzione di carne, latte o uova e altri prodotti di origine animale, l’uso di ormoni come estrogeni, progestinici, corticosteroidi, e altre sostanze quali beta-agonisti è limitato esclusivamente a scopi terapeutici. Prima di mettere in commercio i prodotti derivati da questi animali, gli allevatori devono sempre rispettare i cosiddetti tempi di sospensione di cui abbiamo parlato.
La presenza di residui di queste sostanze oltre i limiti stabiliti dalla legge può essere dannosa. Ad esempio, l’uso illegale di clenbuterolo (un beta-agonista naturale, noto anche per il suo uso illecito nel bodybuilding) ha causato intossicazioni alimentari con sintomi quali tremori e tachicardia; allo stesso modo, l’uso non autorizzato di steroidi è stato collegato alla ginecomastia negli uomini.
Come mai certa carne perde molta acqua alla cottura?
Quando cucini la carne e questa perde acqua, non allarmarti. La carne è composta principalmente da muscoli, che, come nel caso degli esseri umani, contengono acqua. Tuttavia, la quantità di acqua che un pezzo di carne può rilasciare durante la cottura varia a seconda di diversi fattori. Uno di questi è come abbiamo detto può essere certo l’uso illegale di ormoni, tuttavia è bene ricordare che il contenuto di acqua nella carne (Water Holding Capacity, WHC) è strettamente monitorato dai servizi veterinari locali, dall’ASL al macello fino alla vendita al dettaglio, per garantire la sicurezza e la qualità dei prodotti che arrivano sulle nostre tavole, e che esistono motivazioni ben più banali che spiegano il perché di questo fenomeno.
Gli animali più giovani, come vitelli, agnelli e conigli, tendono a contenere più liquido interstiziale nei muscoli rispetto agli adulti. Di conseguenza, la loro carne può perdere più acqua durante la cottura rispetto, per esempio, alla carne di maiale o di bovini adulti. La carne di polli da carne, quelli tipici dei supermercati che vengono allevati rapidamente e macellati giovani, tende a perdere più acqua rispetto a quella di polli allevati biologicamente o con ritmi di crescita più lenti. Anche animali che hanno subito notevoli stress prima della macellazione tendono a perdere più acqua, a causa della ridotta acidificazione dei muscoli dopo la morte. La frollatura della carne, un processo che permette alla carne di riposare e maturare, riduce significativamente la ritenzione idrica promuovendo la disidratazione. Quindi, più lunga è la frollatura, minore sarà la quantità d’acqua rilasciata durante la cottura. La refrigerazione può influenzare la ritenzione idrica della carne, aumentando i livelli di umidità se non gestita correttamente.
“Quel pollo gigante sarà stato imbottito di ormoni”
Spesso si crede che i polli da carne siano soggetti a trattamenti ormonali per accelerare la loro crescita, ma in realtà, sono proprio i polli gli animali in cui ha meno senso utilizzarli. I polli da carne, noti come broiler, sono stati geneticamente selezionati negli ultimi cinquant’anni per crescere molto rapidamente. Possono raggiungere il peso necessario per la macellazione in soli 30-50 giorni. In un periodo così breve, l’effetto degli ormoni sulla crescita sarebbe minimo, non giustificando né il costo né i rischi legali associati (lo stesso principio si applica anche ai conigli).
Inoltre, la crescita dei broiler è talmente veloce che può essere necessario limitare l’alimentazione degli animali da riproduzione. Questo approccio permette di ridurre anche il rischio di problemi muscolo-scheletrici e cardiovascolari legati a un accrescimento troppo rapido. Questo fatto rende evidente quanto sia inutile e antieconomico l’uso di ormoni.
Certo, la restrizione calorica può rappresentare un serio problema, come evidenziato dall’EFSA (l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare). Questa pratica va contro una delle “cinque libertà” fondamentali degli animali, quella di non soffrire la fame, e genera alti livelli di stress.
Se la carne di pollo del supermercato perde più acqua rispetto a quella di un pollo allevato tradizionalmente, la causa è semplicemente l’età più giovane alla quale vengono macellati i broiler. Nella pratica, infatti, il rischio di uso illecito di ormoni è molto più elevato in altre categorie di animali, come i vitelli da carne bianca e gli equini, un argomento che esploreremo più avanti.
“Bovini pompati”
bovino di razza Piemontese

I bovini di razza Piemontese sono noti per masse muscolari particolarmente sviluppate, un tratto che potrebbe far supporre l’uso di trattamenti ormonali anabolizzanti. In realtà, queste dimensioni imponenti derivano da una condizione genetica chiamata ipertrofia muscolare o groppa doppia, una caratteristica emersa nel corso dell’ultimo secolo e che oggi è presente nella stragrande maggioranza degli animali registrati nel Libro Genealogico della razza e in una vasta percentuale dell’intera popolazione Piemontese. L’ipertrofia muscolare proviene da una mutazione genetica naturale, un evento raro ma possibile in tutti gli organismi viventi. Tale tratto è stato poi selezionato dagli allevatori (più muscolo = più carne) e successivamente dall’associazione ANABORAPI (Associazione Nazionale Allevatori Bovini Razza Piemontese), rendendolo quasi universale tra gli esemplari di questa razza. Grazie ai progressi nelle tecniche di genetica molecolare, è stato possibile identificare il gene specifico coinvolto e la natura della mutazione. Si è scoperto che la mutazione interessa il gene della miostatina, situato sul cromosoma 2. È interessante notare che la mutazione osservata nei bovini Piemontesi è differente da quella presente in altre razze che mostrano mutazioni simili nel gene della miostatina, come la razza bovina Blu Belga.

bovino di razza Blu Belga
Ormoni nella carne equina
L’uso di ormoni nel mondo equestre è un argomento molto discusso e purtroppo ancora attuale. Nel contesto sportivo, tali sostanze possono essere usate illecitamente per migliorare le prestazioni degli animali (si chiama doping, proprio come nella medicina umana). Alcuni farmaci possono aumentare lo sviluppo muscolare e la produzione di globuli rossi, migliorando così l’apporto di ossigeno ai tessuti. Premesso che esistono normative anti-doping nazionali e internazionali, è importante sapere che la legislazione europea richiede che tutti gli equini (compresi zebre, asini e ibridi) vengano classificati al momento della nascita come destinati alla produzione alimentare (DPA) o non destinati alla produzione alimentare (NDPA).
Una volta classificato come NDPA, un animale non può essere riclassificato come DPA, poiché potrebbe aver ricevuto trattamenti farmacologici non idonei per il consumo umano.
A livello europeo, i regolamenti CE 625/17 e 627/17 stabiliscono che durante la visita ante mortem al macello, il veterinario ufficiale deve verificare alcuni elementi obbligatori:
- Il passaporto, che tutti gli equidi devono avere, con l’indicazione se l’animale è classificato come DPA;
- Il microchip, che tutti gli equidi devono avere;
- La corrispondenza tra microchip e passaporto.
Se il microchip è assente (il che è illegale) o non corrisponde alle informazioni del passaporto, il veterinario deve dichiarare l’animale o la carcassa non idonei al consumo umano.
Pertanto, la normativa vigente mira a proteggere i consumatori dal rischio di consumare carne di equini trattati illecitamente. Nonostante ciò, gli scandali legati a pratiche illegali nel settore ippico sono relativamente frequenti, alimentati dagli alti interessi economici in gioco, un fatto di cui i consumatori dovrebbero essere consapevoli.
Il caso della Gonadotropina Sierica della Cavalla Gravida
Nel mondo equestre, un argomento che spesso suscita dibattiti è l’uso della Gonadotropina Sierica della Cavalla Gravida, nota anche come PMSG (Pregnant Mare Serum Gonadotropin). Questo ormone, prodotto da cavalle gravide, è utilizzato a scopi terapeutici per aumentare la fertilità e per sincronizzare i cicli riproduttivi nelle femmine di varie specie animali, in particolare nei suini. La produzione di PMSG coinvolge vari prelievi di sangue dalle cavalle gravide, il che ha sollevato importanti interrogativi etici. Infatti, i cavalli sono spesso scelti per la produzione di farmaci a causa dei loro ampi volumi di sangue, ma la frequenza e il volume dei prelievi, insieme alle tecniche di gestione e contenimento, possono influire negativamente sul loro benessere. Di fronte a queste preoccupazioni, l‘Associazione Mondiale dei Veterinari ha esortato a minimizzare lo stress di queste cavalle, proponendo linee guida per un trattamento più umano e supporta l’uso di PMSG sintetiche come alternativa più etica. Guardando al futuro, entro la fine del 2026, l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) è attesa a pubblicare il suo primo parere scientifico sul benessere delle cavalle utilizzate a scopi farmaceutici. Questo parere fornirà informazioni cruciali e servirà come riferimento per future decisioni da parte della Commissione Europea riguardo la regolamentazione di questa pratica.
Ormoni nella carne di vitello
Nel contesto dell’industria zootecnica, i vitelli a carne bianca rappresentano forse la categoria più esposta all’uso illecito di sostanze farmacologiche. Questo rischio dipende sia dai metodi di allevamento che dalle caratteristiche specifiche dei vitelli a carne bianca.
I vitelli a carne bianca sono tipicamente i maschi nati negli allevamenti di vacche da latte. Questi animali crescono più lentamente rispetto ai vitelli di razze specificamente allevate per la produzione di carne. Non essendo utili per l’industria lattiero-casearia, i vitellini maschi vengono spesso macellati pochi giorni dopo la nascita, come previsto dalla legge, oppure venduti per essere allevati per la produzione di carne bianca. Con ciò si riferisce a una particolare qualità di carne di vitello che ha un colore molto chiaro, quasi bianco. Questo aspetto distintivo è il risultato di specifiche pratiche di allevamento che limitano l’assunzione di ferro dell’animale.
La produzione del vitello a carne bianca ha subìto un cambiamento radicale con l’introduzione della legge sul benessere 91/629/CEE, che ha imposto l’eliminazione della gabbia singola a favore dei box di gruppo e la somministrazione di un alimento solido in aggiunta alla dieta lattea a partire dalla seconda settimana di allevamento, ma esistono ancora tutta una serie di criticità dal punto di vista del welfare, come evidenziato dall’EFSA.
È comune che grandi allevamenti raccolgono numerosi vitelli maschi provenienti da diverse aziende, creando un ambiente in cui animali con sistemi immunitari diversi convivono strettamente. Altri fattori contribuiscono alla lenta crescita di questi vitelli, come l’immunodepressione causata dallo stress legato al trasporto e alle condizioni di stabulazione, caratterizzate da spazi ristretti, pavimenti fessurati, box privi di arricchimenti ambientali – si limita la libertà di movimento di questi animali per garantire le caratteristiche specifiche della carne. Nell’allevamento del vitello a carne bianca, il contenuto di ferro nella dieta somministrata ai vitelli è mantenuto intenzionalmente basso per ottenere un colore della carne pallido e, di conseguenza, un prezzo al chilogrammo più elevato. I rischi associati alla privazione di ferro includono l’anemia ferropriva, la quale contribuisce all’immunodepressione.
Queste condizioni di immunodepressione, unitamente alla prevalenza di malattie infettive e al lento accrescimento per cause genetiche, possono rendere difficile una crescita sufficientemente rapida, e spingere alcuni allevatori verso il mercato nero per ottenere carne a prezzi competitivi.
i fitoestrogeni e gli interferenti endocrini
Il timore per gli effetti sulla propria salute relativi all’uso illecito di ormoni viene talvolta presentato come un motivo valido per eliminare gli alimenti di origine animale dalla propria dieta. Oltre al fatto che lo stesso Istituto Superiore di Sanità, come accennato precedentemente, conferma un elevato standard di sicurezza per i consumatori, è bene notare che anche nelle colture vegetali possono essere talvolta impiegati farmaci (agrofarmaci) in grado di interferire, dal punto di vista ormonale, con l’organismo dei consumatori (umani e non!).
C’è da fare, però, una premessa: non bisogna confondere gli agrofarmaci interferenti endocrini con i fitoestrogeni normalmente presenti nelle piante, in particolare nella soia, molto consumata in Oriente e, dalla popolazione vegetariana-vegana, in Occidente. Si definiscono fitoestrogeni alcuni composti di origine vegetale che hanno una struttura chimica e una funzione simili a quelle degli estrogeni prodotti dall’organismo umano. La comunicazione sui social media, al riguardo, è divisa in due: da un lato c’è una fazione che “venera” questi composti associandoli a benefici per la salute, dall’altro, invece, c’è una fazione di persone che critica il consumo eccessivo di soia attribuendo ai fitoestrogeni effetti cancerogeni.
Molti studi, in realtà, hanno dimostrato che queste sostanze offrono vantaggi al sistema cardiovascolare, aiutano le donne in menopausa a ridurre i sintomi più fastidiosi come le vampate di calore e le sudorazioni notturne, riducono il rischio di osteoporosi e hanno un effetto protettivo contro diversi tipi di tumore. Quindi perché c’è chi mette in guardia dall’assumere estrogeni di origine vegetale? La risposta a questa domanda è racchiusa nella somiglianza tra i fitoestrogeni e gli estrogeni umani e in particolare nell’osservazione che in alcuni casi le molecole vegetali si comportano come interferenti endocrini, portandosi dietro una serie di effetti negativi per la salute. In altre parole, a seconda del contesto, i fitoestrogeni possono ampliare o ridurre l’effetto degli estrogeni endogeni, cioè prodotti dall’organismo. Attenzione, però, a non generalizzare.
Le strutture di estrogeni e fitoestrogeni sono diverse, seppur simili. Inoltre gli “estrogeni” delle piante sono meno potenti di quelli umani e i fitoestrogeni non si trasformano in estrogeni una volta ingeriti. Infine, è importante ricordare che fitoestrogeni come gli isoflavoni si legano spesso ai recettori degli estrogeni in modo diverso rispetto alle molecole prodotte dall’organismo e agiscono anche in modo differente. Per osservare gli effetti endocrini dei fitoestrogeni sull’organismo umano, dovremmo consumare una quantità enorme (impensabile) di soia al giorno. Gli studi di popolazione, inoltre, non rivelano alcuna associazione tra il consumo di soia con un aumento del rischio di cancro. Al contrario, ci sono studi osservazionali in cui è emersa un’associazione tra consumo moderato di soia (in uno o due pasti al giorno) ed un minore rischio di cancro in Asia, dove gli alimenti a base di soia sono consumati molto frequentemente.
Finita questa precisazione sui fitoestrogeni presenti nella soia, possiamo tornare al discorso sugli interferenti endocrini (IE). Gli IE, come detto, possono “accendere”, “spegnere” o modificare i normali segnali inviati dagli ormoni: i loro effetti sono preoccupanti, proprio perché insidiosi e subdoli. Ma quali sostanze sono?
Anche se l’elenco non è definitivo, è già di per sé molto grande e comprende, oltre agli ormoni impiegati in medicina veterinaria di cui abbiamo parlato:
Sostanze che persistono a lungo nell’ambiente e si concentrano negli organismi viventi, e quindi anche negli alimenti. Alcune, ad esempio i policlorobifenili (PCB) diffusi in passato come lubrificanti, sono vietate da diversi anni; altre vengono prodotte da processi di combustione, come le note diossine, e altre ancora, definite persistenti, sono presenti in prodotti di uso quotidiano, come l’acido perfluoroottansulfonico e l’acido perfluoroottanoico, che sono composti chimici utilizzati in prodotti industriali e di consumo per aumentare la resistenza alle alte temperature, grassi e acqua, di tessuti, tappeti ed abbigliamento, rivestimenti di carta ad uso alimentare, di pentole antiaderenti, nonché in schiume antincendio, e sostanze chimiche come gli eteri difenilici polibrominati, utilizzate in un’ampia varietà di prodotti come plastiche, tessuti e apparecchiature elettriche/elettroniche per ridurne l’infiammabilità.
Tra gli IE abbiamo alcuni pesticidi (agrofarmaci), anche se si tratta di sostanze attentamente valutate e controllate, verso cui si mantiene alta l’attenzione in tutta Europa;
Esistono anche alcune sostanze che non persistono nell’ambiente, ma con cui spesso entriamo in contatto nella nostra vita quotidiana, come alcuni ftalati (ad esempio il DEHP) ed il bisfenolo A, che sono prodotti utilizzati insieme ad altre sostanze per produrre plastiche e resine .
Perché gli IE ci preoccupano? L’equilibrio ormonale è fondamentale per la crescita e lo sviluppo del feto e del bambino: pensiamo al ruolo di estrogeni e testosterone per il corretto sviluppo sessuale e la pubertà, o della tiroide per lo sviluppo cerebrale. Lo stesso IE può indurre effetti molto diversi nei maschi e nelle femmine, perciò la valutazione degli IE deve tenere conto della vulnerabilità legata all’età ed al sesso. I danni prodotti dagli IE sono confermati da ricerche mediche che indicano che le persone più esposte hanno un maggiore rischio di patologie riproduttive (infertilità, abortività, endometriosi, ecc.), di disturbi comportamentali nell’infanzia, e forse anche di diabete e di alcuni tipi di cancro (testicolo, mammella, etc.). Infine, anche dosi molto basse di diversi IE nell’ambiente e negli alimenti, con la stessa azione, potrebbero sommarsi fino ad indurre un effetto tossico significativo (effetto cocktail).
La comunità internazionale sta affrontando il problema e l’Unione Europea, in particolare, attraverso il regolamento REACH, ha promosso un programma di valutazione, autorizzazione e restrizione delle sostanze chimiche presenti sul mercato, anche allo scopo di sostituire quelle maggiormente preoccupanti, come per l’appunto gli IE.
Alcuni IE sono già vietati in alcune tipologie di prodotti (ad esempio, il bisfenolo A nei biberon); per altri IE i livelli negli alimenti e in diversi prodotti sono in quantità regolamentata per legge, in modo tale da prevenire rischi per la salute. Tuttavia, le normative si stanno evolvendo con lo sviluppo delle conoscenze scientifiche su tali sostanze. I cittadini non possono certo sostituirsi all’azione delle autorità italiane ed europee, ma possono adottare nella vita quotidiana comportamenti responsabili ed intelligenti per proteggere la propria salute, quella dei propri figli e dell’ambiente in cui vivono. A questo proposito, l’Istituto Superiore di Sanità e il Ministero dell’Ambiente hanno fornito un decalogo per gli adulti e per l’infanzia per quanto riguarda i comportamenti consigliati che potete trovare in questo link.
Per concludere
L’uso degli ormoni a scopo anabolizzante negli animali destinati alla produzione di alimenti e non è sicuramente un problema attuale. È un problema che viene molto spesso sopravvalutato dal consumatore. Seppur possano talvolta esistere alcune criticità, il Servizio Sanitario Nazionale garantisce elevati standard di sicurezza per i consumatori, per cui l’uso degli ormoni non dovrebbe più essere al centro dei dibattiti. Esistono, invece, altri problemi molto importanti che riguardano sicurezza alimentare su cui il consumatore dovrebbe porre molta più attenzione, in primis le zoonosi alimentari, che sono malattie infettive che possono essere trasmesse da animali a uomini, per esempio Salmonellosi, Campilobatteriosi – in particolare adesso che stanno emergendo mode alimentari estremamente rischiose in tal senso come versioni crudiste della paleodieta, o la moda della BARF, che presenta rischi igienico-sanitari non solo per animali da compagnia, ma addirittura anche per i loro proprietari. Questi sono argomenti che tratteremo approfonditamente nei prossimi articoli. Riteniamo infatti che un’adeguata informazione sia un’arma molto importante per la protezione del consumatore. Forse, è la più efficace.
Approfondimenti:
L’EFSA, acronimo di Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (European Food Safety Authority), è un’agenzia dell’Unione Europea istituita nel 2002 con l’obiettivo di garantire la sicurezza alimentare per i consumatori europei. L’EFSA fornisce pareri scientifici indipendenti e comunica sui rischi associati alla catena alimentare. Nel contesto del benessere degli animali, l’EFSA fa delle valutazioni ed elabora delle raccomandazioni fondamentali per lo sviluppo di normative e pratiche che garantiscano condizioni di vita adeguate per gli animali utilizzati per la produzione alimentare. L’EFSA esamina vari aspetti del benessere animale, inclusi: Le condizioni di allevamento, trasporto e macellazione, le pratiche di gestione che possono influenzare il benessere degli animali e l’impatto delle malattie animali e delle misure di controllo sul benessere animale. La strategia “Farm to Fork” è parte del Green Deal europeo, un’iniziativa ambiziosa per rendere l’Europa climaticamente neutra entro il 2050. Questa strategia mira oltretutto a rendere i sistemi alimentari equi, sani e rispettosi dell’ambiente. L’EFSA contribuisce a questa strategia fornendo dati e valutazioni che possono guidare le politiche verso pratiche più sostenibili e salutari, tra queste, ci sono le valutazioni sul welfare che abbiamo menzionato in questo articolo.
FONTI:
Belloli, C., Carli, S., & Ormas, P. (2021). Farmacologia veterinaria (2a ed., p. 760). Idelson-Gnocchi.
Stella, S., Scanziani, E., & Ghisleni, G. (2023). Manuale di ispezione e controllo delle carni (3a ed.). Casa Editrice Ambrosiana. Distribuzione esclusiva Zanichelli.
ISSalute. (2022, Febbraio 9). Ormoni nelle carni. https://www.issalute.it/index.php/la-salute-dalla-a-alla-z-menu/o/ormoni-nelle-carni
Cerolini, S., Marzoni Fecia di Cossato, M., & Romboli I. (2009). Avicoltura e coniglicoltura. Le Point Vétérinaire Italie.


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