La Peste suina africana è la più terribile e temuta malattia trasmissibile dei suini, causata da un virus singolare e molto complesso. Il genotipo virale attualmente in circolazione in Europa (genotipo 2), ha un decorso letale nel quasi il 100% dei casi, il che significa che quasi tutti i cinghiali e i suini domestici muoiono generalmente entro 3-10 giorni dopo la comparsa dei sintomi. Quindi muoiono prima che la risposta immunitaria specifica possa pienamente svilupparsi.
Appena compaiono i primi sintomi, spesso non specifici, e la febbre, la carica virale nel sangue (cosiddetta “viremia”) è molto alta ed è quasi al livello massimo. Il virus della PSA può quindi essere rilevato in modo affidabile già in questa fase iniziale della malattia con un test PCR.
Ad oggi non ci sono prodotti vaccinali autorizzati, sperimentazioni sono in corso ma con risultati finora non entusiasmanti. Gli unici vaccini, tuttora sperimentali, che offrono una certa protezione sono i vaccini” vivi” ( basati sul virus PSA “vivo” cioè ancora capace di infettare i suini, senza causare malattia), ma questi pongono problemi di sicurezza, correlati alla possibile diffusione del ceppo del vaccino in natura e di una sua “reversione” alla virulenza originaria del virus PSA. Inoltre, non è ancora molto chiaro quali fattori della risposta immunitaria contribuiscano alla protezione e quali no. Quindi c’è ancora molto lavoro da fare per capire meglio la risposta immunitaria che può proteggere i suini dalla malattia.
Molte sfide sono legate alle proprietà di base del virus: possiede numerosi meccanismi per eludere la risposta immunitaria, che sono largamente sconosciuti. Bisogna infatti considerare anche che la PSA non determina la comparsa di anticorpi “neutralizzanti” (capaci cioè di impedire al virus di diffondersi ad altre cellule dell’organismo) e questo rende estremamente difficile riuscire ad allestire un vaccino efficace.
Inoltre, non esiste un modello sperimentale di piccoli animali su cui testare l’efficacia di un vaccino: tutti gli studi devono essere condotti su suini o cinghiali in laboratori “di alta sicurezza”. E questo aumenta di molto i costi ed i tempi delle ricerche. E poi si deve verificare se è possibile immunizzare i cinghiali (il principale problema in Europa in relazione alla PSA) mediante “esche” da somministrare per via orale. Infine, dopo il laboratorio, sarà necessario testare i vaccini anche in condizioni “di campo”. Passeranno ancora alcuni anni (quanti? nessuno lo sa) prima che un tale vaccino sia disponibile.


